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FIDAL: la gara che non vediamo ma che decide tutto

Dietro le dimissioni del segretario generale emerge un clima interno complesso, in contrasto con il momento d'oro dell'atletica italiana. 

C'è una pista dove si corre veloce, fatta di risultati, di medaglie, di atleti che negli ultimi anni hanno riportato l'atletica italiana al centro del panorama internazionale, e poi ce n'è un'altra, molto meno visibile, lontana dagli stadi e dai riflettori, fatta di equilibri interni, tensioni, rapporti che si incrinano fino a rompersi: è in questa seconda dimensione che si inserisce la vicenda che ha portato alla fine del rapporto tra la Federazione Italiana di Atletica Leggera e il suo segretario generale Alessandro Londi.

Il comunicato pubblicato dalla Federazione nel sito, parla di una vicenda chiusa ufficialmente con una "risoluzione consensuale", una formula che nel linguaggio istituzionale suona sempre ordinata, quasi neutra, ma che difficilmente racconta davvero cosa c'è dietro, soprattutto quando arriva al termine di settimane segnate da indiscrezioni, contrasti interni e da quella che molti hanno descritto come una vera e propria frattura tra Londi e il presidente Stefano Mei. Una separazione di corsie che non nasce improvvisamente ma che si è costruita nel tempo, tra divergenze sulla gestione economica, visioni differenti sull'organizzazione federale e una progressiva perdita di fiducia reciproca, fino a esplodere in un clima che le cronache hanno definito apertamente teso, se non conflittuale, e che ha trovato il suo punto più simbolico — e allo stesso tempo più inquietante — nella scoperta di una microspia proprio nell'ufficio del segretario, un episodio che ha dato alla vicenda contorni quasi surreali, da spy story americana, e che ha contribuito a rendere evidente come la partita interna fosse ormai arrivata a un livello tale da rendere inevitabile una divisione, formalmente concordata ma sostanzialmente figlia di un equilibrio ormai compromesso.

E mentre tutto questo accadeva dietro le quinte all'interno degli uffici di via Flaminia a Roma, gli atleti in pista continuavano e continuano a raccontare una storia completamente diversa, quasi opposta, fatta di risultati, crescita tecnica e visibilità internazionale, con protagon isti come Mattia Furlani, Yeman Crippa, Nadia Battocletti e Larissa Iapechino che, gara dopo gara, hanno contribuito a costruire un movimento credibile, competitivo e riconoscibile anche da chi l'atletica non la segue abitualmente.

Questo è il cortocircuito più evidente e allo stesso tempo più difficile da ignorare, perché da una parte c'è una federazione attraversata da dinamiche interne complesse, da una gestione che sembra sempre più influenzata da logiche di potere e da una comunicazione che fatica a tenere insieme tutte le anime del movimento, e dall'altra ci sono atleti che continuano a fare esattamente ciò che lo sport dovrebbe essere: semplice, diretto, autentico.

La sensazione è che esistano due livelli distinti che raramente si incontrano davvero, quello istituzionale, dove si decidono strategie, si gestiscono risorse e si costruiscono equilibri, e quello reale, dove si corre, si salta, si lancia, e soprattutto perde e si vince.

Il primo oggi appare segnato da una partita interna difficile da leggere ma chiaramente conflittuale, il secondo continua invece a produrre valore, entusiasmo e risultati, dimostrando che la vera forza dello sport non sta nelle stanze ma nelle persone che lo praticano, ed è forse proprio qui che si trova la chiave di lettura più onesta di questa vicenda: perché puoi cambiare dirigenti, ridefinire assetti, chiudere rapporti con formule diplomatiche come quella della "risoluzione consensuale", ma non puoi sostituire ciò che tiene davvero in piedi un movimento, ovvero quella combinazione di passione, sacrificio e talento che gli atleti continuano a mettere in pista ogni giorno, ricordando a tutti — anche a chi guarda da fuori — che lo sport, prima di essere una questione di governance, resta soprattutto una questione di persone. 

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