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La curva erotica

Se n'è andato a 87 anni il velocista torinese, primo europeo a vincere l'oro olimpico sui 200 metri: il ricordo tra il racconto di Gianni Brera e il rapporto mai sereno con Pietro Mennea 

Livio Berruti, medaglia al collo

«Furono venti secondi così tormentosi da stupirmi ancora adesso di averli potuti superare. Infine scorsi il filo di lana tendersi sul suo petto: e Berruti cadere. E forse baciare la terra; il pubblico urlare per lui che aveva vinto. Tutto il fior fiore dello sprint battuto in breccia da un ragazzino italiano di 21 anni, un abatino settecentesco con l'erre arrotata, un farmacista…ah, per Dio».

Vogliamo salutare Livio Berruti, che ci ha lasciato a 87 anni, con l'epico commento che scrisse Gianni Brera su il Giorno all'indomani della sua vittoria sui 200 metri alle Olimpiadi di Roma nel 1960. Perché il grande "Gioan Brera fu Carlo" non era solo uno dei massimi esperti di calcio ma lo fu anche di atletica, disciplina per la quale venne assunto giovanissimo alla Gazzetta dello Sport. Berruti si guadagnò l'appellativo di "abatino" prima ancora di Rivera, anche se il primo in assoluto per il quale Brera creò questo neologismo fu il ciclista Giorgio Albani nel 1952. Nel giudizio del grandissimo giornalista verso Berruti non c'era nulla di offensivo. Anzi, Brera ammirava oltremodo il velocista. Quell'abatino voleva descrivere il senso di leggerezza ed eleganza espresso da Berruti contrapposto alla dirompente potenza degli altri spinter. Non a caso fu il primo europeo a vincere una finale olimpica dei 200 metri, il primo a interrompere il dominio degli statunitensi, vittoriosi dal 1932. Il trionfo di Berruti a Roma rappresentò una svolta epocale per lo sport italiano, che grazie all'Olimpiade organizzata nella Capitale e, soprattutto, alla sua vittoria entrò in una fase di maggior credibilità davanti agli occhi di tutto il mondo. Non è un'esagerazione dire che il nostro sport diventò maggiorenne grazie a Livio Berruti.

L'affermazione di Berruti è stata per lungo tempo il successo olimpico più prestigioso della storia azzurra, considerato che l'atletica è la regina dei Giochi, eguagliato ma di certo non superato dal recente trionfo di Jacobs sui 100 metri a Tokyo nel 2020 e dai 200 di Mennea a Mosca nel 1980. Sul rapporto tra il campione pugliese e Berruti andrebbe aperto un capitolo a parte. I due non si sono mai amati, men che meno stimati. Troppo diversi nell'approccio con l'attività sportiva e la vita in genere che per Mennea era solo sacrificio, rinunce e lavoro durissimo, mentre per Berruti divertimento e leggerezza. Avevano ragione entrambi, lo dicono i risultati, a dimostrazione che si può arrivare allo stesso obiettivo scegliendo strade differenti. Ambedue, infatti, sono stati sia campioni olimpici dei 200 metri che primatisti del mondo della specialità: Berruti con 20" e 5 (fatto in semifinale e poi ripetuto nella finale olimpica di Roma) e Mennea con 19" e 72 (a Città del Messico nel 1979 durante le Universiadi), tempo che è ancora primato europeo a distanza di quarantasette anni.

Berruti era nato a Torino nel 1939 e dopo le superiori al liceo Cavour, dove ebbe come compagno Gianpaolo Ormezzano, non si fece distrarre dai successi sportivi e si iscrisse e laureò in Chimica. Addirittura per stemperare la tensione durante il riscaldamento precedente alla finale dei 200 metri si mise pure a ripetere un esame.

Durante i Giochi di Roma diventò un personaggio popolarissimo non solo per la medaglia d'oro nei 200 metri ma anche per la sua amicizia con la velocista americana Wilma Rudolph (vincitrice di 100, 200 e 4x100) che riempì le pagine dei rotocalchi dell'epoca. Un amore solo platonico, secondo quanto raccontò lo stesso Berruti. La vittoria del nostro velocista invece non fu platonica, bensì un successo vero, costruito con intelligenza e siglato con una splendida curva, il suo punto di forza, prima del rettilineo finale. Un'esecuzione, quella della curva trionfale del 1960, benedetta dall'ormai storico volo di colombe che diede un tocco di sacralità all'evento. Anche se, anni dopo, Berruti tolse quel velo di sacralità: per lui quella curva ben fatta era solo simile a un piacere erotico. 

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