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Basket Beats Borders, Torino incontra Shatila

Dalla rete dello sport popolare torinese al campo profughi di Shatila: il viaggio delle cestiste palestinesi diventa un progetto di solidarietà, autodeterminazione e resistenza attraverso il basket. 

Se qualcuno, appena un anno fa, ci avesse detto che una squadra femminile di basket del campo profughi di Shatila sarebbe arrivata a Torino grazie al lavoro paziente e ostinato dell'ASD San Salvario, del Bea Chieri e della rete dello sport popolare cittadino, probabilmente avremmo faticato a crederci.

A Shatila, invece, non hanno mai smesso di crederci. Nemmeno quando i bombardamenti hanno reso incerta anche la sopravvivenza. Coach Majdi e le ragazze dello Shatila Sport Center hanno continuato a immaginare e sognare quel viaggio molto prima che diventasse possibile.

È forse da questa ostinazione condivisa che bisogna partire per raccontare "Basket Beats Borders. Torino incontra Shatila". Perché prima di un progetto sportivo, questo è un progetto che vuole creare reti solidali capaci di sostenere e dare continuità a pratiche di autodeterminazione e resistenza già esistenti, promuovendo anche a Torino l'esperienza che il Coach Majdi costruisce ogni giorno con le squadre del campo. Un progetto, nato dieci anni fa, che mira a restituire dignità, futuro e diritti. Un progetto nato (e mosso) dalla convinzione che, anche quando tutto sembra spingere nella direzione opposta, valga ancora la pena costruire relazioni, abbattere barriere e creare momenti di incontro.

L'idea arriva a Torino quasi per caso ma non in maniera inconsapevole. La San Salvario ASD, nel marzo del 2025, organizza alla Casa del Quartiere la proiezione di "Dritti contro il cielo", il documentario di Niccolò Falsetti che racconta l'incontro tra il Centro Storico Lebowski e lo Shatila Sport Center. Quella sera vengono raccolti mille euro destinati a sostenere il viaggio della squadra di calcio di bambine e bambini palestinesi verso Firenze. Un risultato che la dice lunga sulla sensibilità e la vicinanza che in Italia, dal basso, si nutre nei confronti della causa palestinese.

Quella sera, però, comincia a prendere forma anche qualche altra cosa. Perché le parole dei rappresentanti e delle rappresentanti del Lebowski, degli attivisti ed attiviste di "Un Ponte Per" e le immagini girate dentro il campo profughi, fanno capire che quel progetto per quanto eccezionale - in ogni sua accezione - non è irripetibile. Anzi. Può e deve essere replicato. Ampliato. Inserito in un contesto che vada oltre il calcio.

Uno scatto dal progetto Basket Beats Borders. Torino incontra Shatila

Così qualche mese più tardi un attivista della San Salvario parte per Beirut, per toccare con mano e senza filtri quella realtà che avevano conosciuto grazie al lavoro del Lebowski e di Un Ponte Per. Lì lavora insieme a Majdi e un'educatrice, scambiando partiche sportive con le ragazze della scuola UNRWA. Inoltre conosce alcune delle atlete della squadra di basket femminile. Torna con fotografie, racconti, domande e una coraggiosa promessa: provare a far venire quest'ultime a Torino. È il momento in cui il progetto comincia a prendere forma. Una sfida enorme per una realtà che, però, ha già dimostrato di non aver paura di affrontare e superare le sfide - sportive e non - che gli si pongono davanti.

La San Salvario ASD, nata nel 2010 nel quartiere torinese da cui prende il nome, ha sempre visto lo sport come uno strumento di partecipazione, di emancipazione e di costruzione di una comunità che rifiuta le logiche della competizione esasperata, degli sponsor e della mercificazione dello sport. Per loro lo sport deve essere, innanzitutto, un diritto per tutti e tutte. Uno strumento per perseguire il benessere psico-fisico di giovani e meno giovani.

Organizzare uno scambio internazionale per costruire un ponte tra Italia e il campo profughi di Shatila è la sfida che tutta la comunità accetta. Senza sottovalutarne la complessità. Mettendo in conto di poter fallire. Ma senza mai smettere di crederci.

Perché rendere possibile un'esperienza del genere, soprattutto basandosi sul volontariato e l'attivazione del basso, è impresa gigantesca.

Innanzitutto per il contesto storico all'interno del quale si inserisce. Poi perché deve necessariamente mettere insieme risorse economiche non indifferenti, tenere in piedi relazioni comunitarie, provvedere all'ospitalità per decine di persone, coordinare spostamenti, ottenere tutti i permessi necessari. Insomma costruire, in pochissimo tempo, una rete capace di alimentare un'idea che fino a quel momento nessuno aveva mai pensato anche solo di poter sostanziare.

La risposta? Migliore della più ottimistica delle previsioni.

Al progetto si uniscono altre società di sport popolare, associazioni culturali, case del quartiere e spazi sociali. Bea Chieri, ASD Trofarello Sport e Cultura, Moncalieri basket, Paco Rigore, ASD Aurora Vanchiglia, Nessun Fuorigioco e decine di altre realtà decidono che quella storia riguarda anche loro. Le proiezioni del documentario "Dritti contro il cielo" diventano occasioni di discussione sul Libano e sulla Palestina prima ancora che strumenti di raccolta fondi. Seguono incontri con docenti universitari, cooperanti, giornalisti e attivisti. Nel giro di pochi mesi il crowdfunding lanciato per dare gambe e braccia al progetto supera i quattordicimila euro grazie a oltre cinquecento donazioni.

Ma serve ancora un ultimo sforzo per poter dire di aver raggiunto l'obiettivo. Ma questa non è una storia di semplice - per quanto straordinaria - solidarietà. La solidarietà, da sola, rischia sempre di produrre una relazione verticale in cui c'è chi aiuta e chi viene aiutato. Chi è parte attiva e chi passiva. Basket Beats Borders parte, invece, da presupposti totalmente diversi. E prova a muoversi e svilupparsi in una direzione diversa.

Per capirlo basta guardare il luogo in cui vivono le atlete palestinesi.

Sport, proiezioni, cultura a Torino. Per parlare di Palestina, di Libano, di libertà, di pace

Shatila nasce nel 1948 come campo profughi destinato ad accogliere i palestinesi e le palestinesi espulse dalla loro terra dopo la Nakba. Più di settant'anni dopo continua a esistere. Nel frattempo è sopravvissuto a guerre, invasioni e al terribile massacro del 1982. Ha visto l'arrivo di migliaia di rifugiati e rifugiate siriane e ha fatto i conti con una crisi economica che ha reso ancora più dure condizioni di vita già estremamente precarie. Oggi, in poco più di un chilometro quadrato, convivono decine di migliaia di persone. Ma Shatila non può essere ridotto - e compreso fino in fondo - se lo si riduce semplicisticamente a luogo di sofferenza. Shatila è molto altro. Lì si continua a fare scuola, cultura, a costruire organizzazione politica e sportiva. Lì continua a vivere e tramandarsi l'identità di un popolo che qualcuno vorrebbe completamente cancellare. È dentro questa quotidianità che prende forma il lavoro di Majdi e delle squadre del campo. Per le cestiste della squadra, infatti, il problema non è soltanto allenarsi in condizioni difficili. È che, in quanto rifugiate palestinesi, non possono prendere parte ai campionati libanesi né confrontarsi regolarmente con altre squadre. Il loro orizzonte sportivo finisce spesso ai confini del campo profughi. Per loro il problema è non avere diritto ad essere riconosciute. Come esseri umani prim'ancora che come atlete. Per questo uno scambio internazionale assume un significato completamente diverso da quello che avrebbe per qualsiasi altra squadra sportiva.

Per queste ragazze rappresenta la possibilità di uscire, almeno per qualche giorno, dalla condizione permanente di rifugiate. Di essere riconosciute prima di tutto come atlete, come ragazze che giocano a basket. Di misurarsi con altre squadre, altri allenatori, altri modi di vivere lo sport. Ma sarebbe ingenuo immaginare che questo basti a cancellare le profonde asimmetrie che esistono tra chi ospita e chi viene ospitato. Chi organizza questo progetto può viaggiare, attraversare frontiere, scegliere se partire oppure no. Le ragazze di Shatila no.

Ed è proprio da questa consapevolezza che il progetto prende una direzione totalmente diversa. Di rottura. Di controtendenza. Un progetto che non finge un'uguaglianza che non esiste ma che piuttosto ha l'ambizione di costruire uno spazio in cui quelle differenze possano essere riconosciute, discusse e, almeno temporaneamente, sfidate.

Uno spazio in cui si costruiscono relazioni, si sperimentano forme diverse di comunità e si immaginano mondi che fuori da quel campo sembrano impossibili.

Il programma delle attività che cominceranno mercoledì primo luglio va esattamente in questa direzione. Ci saranno partite, momenti di formazione tra allenatori, incontri pubblici, presentazioni di libri, cene e visite alla città.

Perché per gli attivisti e le attiviste della San Salvario, così come per Majdi e le ragazze di Shatila, questo viaggio dall'altra parte del Mediterraneo non è una fuga dalla realtà ma una vera e propria forma di resistenza. Un modo per affermare l'esistenza e la determinazione di chi non accetta il destino che qualcuno vorrebbe per loro come certo e inevitabile.

Un viaggio necessario perché bisogna sognare (e costruire) un mondo diverso, anche attraverso lo sport! 

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