Parlare di amicizia dopo la sconfitta, tappi di champagne che volano e una poesia di Kipling.
Come statistica non è male: ho visto solo un match di tennis ed è stato quello della vittoria di Jannik Sinner a Wimbledon. 1 su 1. Forse meglio anche delle statistiche e dei record del miglior tennista al mondo, il primo italiano a trionfare nel tempio di questo sport. E la prima cosa che ho imparato è stata questa: a volte ci sono degli appuntamenti con la storia che non si possono perdere. Non lo potevo perdere io, che per farlo mi sono solo messo il promemoria sul cellulare. Non lo poteva fare Sinner, che per farlo ha speso una vita intera, ha vinto, ha perso, ha sofferto, ha gioito, si è preparato, ha aspettato, ha giocato.
Ho imparato infatti che il tennis è anche un gioco di attese e di resistenze. È duello psicologico, prima che atletico e fisico. È rispondere al colpo, aspettare che il vento contrario passi, è resistere nonostante tutto, è rincorrere un game anche se è già perso.
Ho imparato che il tennis è un gioco in cui si è soli, profondamente soli. E veder entrare sul sacro campo di Wimbledon quei due giovani uomini, soli davanti al loro destino, con gli occhi del mondo addosso, è stata una sensazione strana. Di ansia sul divano e gambe che tremano a distanza.
Ho imparato che il tennis si gioca da soli, o in doppio, ma poi quando si vince si corre ad abbracciare chi ti ha allenato. Dentro e fuori dal campo, che si chiami coach o mamma e papà.
Ho imparato, o forse mi sono convinto ancora di più, che le sconfitte servono: Sinner aveva bruciato tre match point al Roland Garros appena trentasei giorni fa, forse senza quella sconfitta domenica sera non avrebbe vinto. Altri avrebbero mandato all'aria tutto, si sarebbero disintegrati. Lui no. Is always darkest before the dawn.
Ho imparato che sul campo possono volare tappi di champagne.
Ho imparato che non si calpestano le righe, si chiede scusa dopo un punto fortunato e si può ringraziare l'erba del campo dove si è giocato.
Ho imparato che chi ha appena perso può parlare di amicizia e chi ha appena vinto può ringraziare il suo rivale. Ho imparato che si può di ridere dopo aver perso e che non per forza si debba piangere dopo aver vinto.
Ho imparato che ci sono due modi per gestire la sconfitta: fare come Alcaraz, che ha definito Sinner "mucho mejor que yo", oppure come Luis Enrique, che prende a schiaffi a Joao Pedro al termine di un'altra finale.
Ho imparato che il bello dello sport è la sua capacità di unire (e io ho abbracciato un laziale per festeggiare).
Ho imparato che se vinci si dimenticano presto di averti detto che non sei veramente italiano.
Ho imparato che a Wimbledon c'è un posto, all'ingresso del Centre Court, in cui c'è una scritta: "If you can meet with Triumph and Disaster / And treat those two impostors just the same". Se riuscirai a confrontarti con Trionfo e Rovina / E trattare allo stesso modo questi due impostori. Due versi della poesia "If" di Rudyard Kipling. Una poesia che parla della vita.
Un po' come il tennis. Un'altra cosa che ho imparato domenica sera.



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