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"Il calcio è professionistico, gli altri dilettanti": davvero è così semplice?

Il paradosso dell'atletica italiana che smonta le parole di Gravina. 

C'è una frase che resta.

Ed è quella che ha acceso tutto.

«Il calcio è uno sport professionistico, gli altri sono dilettantistici».

A dirla è stato Gabriele Gravina, in quel momento presidente della FIGC, prima di fare un passo indietro, parlare di parole "fraintese" e spiegare che il senso era diverso: non una gerarchia di valori, ma una distinzione normativa, giuridica, strutturale.

Forse è vero.
Forse il senso era quello.

Ma nello sport, come nella comunicazione, conta anche ciò che arriva.

E quello che è arrivato è stato chiaro: una linea di separazione tra chi è "professionista" e chi, implicitamente, no.

Le reazioni non si sono fatte attendere.

Yeman Crippa ha risposto con ironia: «Stamattina sono andato a correre per diletto».
Eyob Faniel ha aggiunto numeri: «200 km a settimana, per 12 mesi».
Massimo Stano ha parlato di incredulità.
Antonella Palmisano di imbarazzo.
Mattia Furlani di valori messi in discussione.

Sono tutti atleti dell'atletica leggera.

Uno degli sport più antichi, più universali, più iconici al mondo.
E allo stesso tempo, in Italia, uno dei più strutturalmente dilettantistici e meno remunerati.

Un paradosso.

Perché mentre il sistema li definisce "dilettanti", i risultati raccontano altro. Dalle Olimpiadi di Tokyo 2020 in poi, l'atletica italiana ha vissuto uno dei cicli più vincenti della sua storia: record, medaglie, continuità ad altissimo livello. Un percorso che non si è fermato, ma si è consolidato rassegna dopo rassegna. Fino all'ultima conferma: i Campionati Mondiali Indoor di Toruń, chiusi con tre ori e due argenti.

Risultati da sport "professionistico".
Strutture da sport "dilettantistico".

E allora il cortocircuito è tutto qui.

Chi vince, chi rappresenta il Paese, chi costruisce il prestigio internazionale dello sport italiano, continua a muoversi dentro un sistema che non riconosce fino in fondo il suo valore.

Atleti che non giocano a calcio. Atleti che non sono, formalmente, "professionisti".

Ma davvero qualcuno può dire che non lo siano?

Inoltre c'è un altro punto, ancora più scomodo. Perché se è vero che quella frase suona sbagliata, è anche vero che tocca un nervo scoperto dello sport italiano: la differenza tra professionismo e dilettantismo esiste davvero. E pesa.

Nel calcio il professionismo è riconosciuto per legge.
Negli altri sport, nella maggior parte dei casi, no.

E questo cambia tutto. Un atleta "dilettante" spesso non ha un contratto vero, non ha tutele piene, non ha la stessa stabilità economica.

Le associazioni sportive dilettantistiche (ASD) vivono dentro limiti precisi:

●vincoli fiscali e di bilancio,

●impossibilità di distribuire utili,

●compensi spesso limitati e non equiparabili a stipendi strutturati,

●meno accesso a investimenti e capitali.

E poi c'è un altro livello, ancora più profondo.

Molti atleti italiani, per poter sostenere una carriera sportiva, entrano nei gruppi militari: Esercito, Polizia, Guardia di Finanza. Per entrarci devi superare selezioni, test fisici, test psicologici, devi affrontare addestramento, e diventi, a tutti gli effetti, un militare.

E questo significa una cosa molto semplice: la tua vita non è solo sport.

Hai obblighi, regole comportamentali, limiti economici, morali e disciplinari.

Questo significa anche che quello che un calciatore può permettersi — nel bene e nel male — un atleta militare spesso non può farlo, se vuole continuare ad avere un lavoro.

E allora la domanda cambia.

Non è più: Gravina ha ragione o torto?

La domanda è: perché esiste ancora questa differenza?

Perché alcuni sport sono riconosciuti come professionistici e altri no, anche quando il livello di impegno, sacrificio e prestazione è identico — se non superiore?

Gravina ha commesso un grave errore, nel tentativo di spiegare una differenza normativa, è finito a legittimare una differenza di valore.

E invece lo sport dovrebbe insegnare esattamente il contrario.

Che il professionismo non è solo una categoria giuridica, è una questione di dedizione, di lavoro, di identità.

E allora forse il problema non è aver detto che il calcio è professionistico.

Il problema è che, ancora oggi, troppo sport non lo è. 

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