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ItalVolley, la lezione dell'argento all'Europeo 2026

L'ItalVolley perde la finale dell'Europeo 2026 contro la Turchia, ma conquista un argento da celebrare. La lezione di Myriam Sylla e delle azzurre.

La lezione che arriva dalle ragazze della pallavolo italiana è una lezione data con un sorriso, con la gioia, forse con un pizzico di amarezza, certo, ma anche con tanta forza.

La lezione che arriva dalle ragazze della pallavolo italiana arriva dopo una sconfitta.

Ieri ha vinto la Turchia, che giocava in casa la finale dell'Europeo 2026. Ma le pallavoliste di Julio Velasco non solo hanno messo in campo tutto quello che avevano, ma hanno celebrato il successo, perché di successo comunque si sta parlando, in una maniera a cui non siamo più abituati.

Intossicati dalla monotonia calcistica, vediamo sempre più spesso un altro atteggiamento: quello dei calciatori, che dopo una finale persa camminano in fretta e a testa bassa per ritirare la medaglia del secondo posto e poi se la sfilano via, con un misto di imbarazzo e di rabbia, di vergogna e di risentimento. Ci hanno insegnato che vincere non è semplicemente importante, è l'unica cosa che conta. Che il risultato è sempre più importante di qualsiasi altra cosa. Che l'avversario è un nemico.

E invece no.

E la lezione delle ragazze dell'ItalVolley è proprio questa: anche un secondo posto va celebrato e una finale persa non è mai la fine del mondo.

«Brilla quanto un oro perché è il frutto di tanto lavoro e tanto impegno», ha detto una delle protagoniste della nazionale, Myriam Sylla. «Oggi loro sono state più brave di noi e forse anche più ciniche. Nello sport è così: a volte si incassa e non si riesce a restituire. Questa volta è andata male a noi, ma se guardiamo al passato sappiamo che altre volte è andata diversamente. Dobbiamo tornare a casa a testa alta e ricominciare a lavorare».

E ancora: «È comunque una medaglia ed è bella, è bella anche questa. Nessuno ci ha regalato niente: siamo arrivate fin qui con le nostre forze e con il nostro sudore. Per questo sono orgogliosa».

Come lo siamo noi, di loro. 

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