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Il rugby, Sinner e il silenzio alla maturità

Studenti in protesta alla maturità 2025: cosa insegna lo sport alla scuola? Stop alla competizione, spazio alla crescita e all'inclusione. 

Gianmaria Favaretto è uno degli studenti che, quest'anno, ha deciso di fare scena muta alla maturità. Giocatore di rugby, ai microfoni del Corriere della Sera risponde a una domanda proprio sul rapporto tra scuola e sport: "Esiste una competizione sana, tra pari che si stimano a vicenda. Quella la trovi nello sport. Io gioco a rugby da molti anni e durante gli allenamenti la competizione esiste e può essere fruttuosa. Tra i banchi io vedo una competizione che, in qualche modo, condanna le persone e non le porta a sostenersi l'una con l'altra. Agli obiettivi si dovrebbe arrivare tutti assieme".

La protesta si è estesa, non raggiungendo numeri di massa (siamo, al momento in cui scriviamo, a 6 casi su oltre 520 mila maturandi) e chiede di riflettere su come è percepita oggi la scuola. Una scuola incentrata sul voto, una scuola che non pensa al percorso ma al risultato, che non è in grado, a detta degli studenti che hanno messo in atto la protesta, di ascoltare, di guidare e di aspettare i suoi alunni.

Il parallelo tra sport e scuola viene ripreso da Francesca Gennai, sociologa, presidente della cooperativa sociale La coccinella e vicepresidente del gruppo Cgm, su Vita.it, passando dal rugby al tennis e a Sinner: "Ci piacciono i vincenti, i campioni e ci piace averne uno tutto nostro. E allora una domanda sorge spontanea: perché queste parole ci sembrano così nobili, se dette da un atleta che ha solo 23 anni, e così problematiche invece quando riguardano la scuola, l'educazione, o il lavoro quotidiano? Perché, mentre applaudiamo i sacrifici dei nostri idoli, continuiamo a porci con crescente diffidenza di fronte a qualsiasi proposta educativa che chieda costanza, energia, presenza? Forse che la fatica è un valore da celebrare purché non ci tocchi troppo da vicino? Come se la crescita fosse possibile solo a condizione che non costi nulla."

Le domande che pone la sociologa sono interessanti e permettono di sviluppare un ragionamento. A partire però dal concetto di "vincente", che a scuola non dovrebbe esistere. Mi spiego meglio: si può vincere una borsa di studio, si può vincere un concorso, si può vincere un bando. Ma non si può vincere un voto, una conoscenza, un sapere, una competenza. Non si può vincere la crescita. Perché il concetto di vincente implica, in qualche modo, quello di perdente. E chi è, allora, il perdente? Chi prende 4, chi viene bocciato, chi cambia scuola, chi abbandona gli studi? Il perdente è il fragile, il disadattato, il diverso? Nel 2023 l'Italia è il quinto paese nell'Unione Europea per abbandoni scolastici precoci e, sebbene la percentuale sia calata dall'11,5% del 2022 al 10,5% del 2023, resistono ancora forti divari di diversa natura: "gap sociali, di cittadinanza, di genere e territoriali che minano il percorso futuro di tante ragazze e ragazzi" si legge su OpenPolis. Se continueremo a pensare alla scuola come una competizione e una gara da vincere, numeri del genere peggioreranno.

Le domande di Francesca Gennai vengono riprese, sempre su Vita.it, da Sara De Carli, che si chiede: "Inizio moduloPerché siamo tutti terrorizzati dal gettare addosso ai ragazzi il fardello dell'ansia da prestazione e allo stesso tempo non facciamo altro che lamentarci della fragilità dei nostri figli dinanzi all'assunzione di un compito e di una responsabilità? Perché chiedere di "fare del proprio meglio" sembra diventata un'eresia indicibile, dal punto di vista educativo? Possibile che ci siamo persi per strada la consapevolezza che c'è una differenza tra pretendere sempre e solo il meglio dai nostri figli e l'invitare invece ciascuno a fare del proprio meglio?". Le domande forse colgono il centro della discussione perché tirano in ballo anche un'altra dimensione oltre a quella scolastica: quella famigliare. Viviamo in un'epoca in cui i genitori sembrano volersi sostituire ai propri figli, proteggendoli sempre e comunque, sottraendo loro qualsiasi possibilità di rischio, di frustrazione, di fallimento, arrivando se necessario allo scontro proprio con la scuola. Non è un caso che in un'inchiesta del 2022 il Quotidiano di Puglia abbia raccontato che solo a settembre il tribunale amministrativo di Lecce aveva discusso 10 cause intentate da genitori scontenti della valutazione dei figli. A marzo scorso, invece, il presidente del Tar Toscana, Silvia La Guardia, aveva sottolineato come fossero aumentati i procedimenti contro le bocciature degli studenti, "ma noi giudici non possiamo sostituirci nel merito delle valutazioni della scuola". I giudici no, i genitori sì invece. Perché a voler togliere la fatica ai ragazzi molto spesso non è la scuola, neanche quella accogliente e inclusiva (aggettivi usati come negativi nel dibattito che è sorto dopo la protesta della maturità), ma sono proprio i genitori. Proprio di questo tema ha parlato Osvaldo Poli, educatore e psicologo, in un'intervista sul Corriere della Sera: "Il problema numero uno delle famiglie è la mancata distinzione tra l'aiuto dovuto e il rimpiazzo nei compiti a casa. Mi dicono: "Ogni pomeriggio è come dargli un rene", "di notte mi sveglio e ripasso storia e geografia". Sono frasi che mi appunto. Ma lo capite o no che se vi sostituite a lui nelle fatiche, il Pokémon non evolve?". I primi a intendere la scuola come una gara, insomma, sono loro. E a volere vincere, a tutti i costi, anche attraverso i figli.

Ma a scuola non ci si va per vincere (e se si vince, si vince tutti insieme), a scuola ci si va per imparare e per crescere. E per farlo serve ovviamente fatica, sacrificio, costanza, impegno. Ma serve riempire quella fatica e quell'impegno di significato, serve far capire a cosa servono, a dove possono portare. E l'obiettivo non è quello di diventare vincenti, di diventare campioni o di avere successo (altrimenti quando i ragazzi cantano, su basi trap, "voglio solo fare soldi" allora avrebbero ragione). L'obiettivo deve essere diventare persone e cittadini per bene, che sappiano rispettare l'altro, che abbiano spirito critico e coscienza civile, che sappiano comprendere e potenzialmente cambiare ciò che li circonda, che stiano bene con sé stessi, che sappiano trovare o costruire la propria strada. Per farlo, però, non si può lasciare indietro nessuno.

La protesta dei ragazzi alla maturità ci dice questo: dobbiamo cambiare la scuola perché nessuno deve rimanere indietro. Una scuola che prenda spunto da Sinner che, come scrivevo qui, dopo aver perso il Roland Garros con tre match point di vantaggio ha vinto Wimbledon scrivendo la storia. Una scuola che sappia dare valore alle sconfitte come ha saputo farlo Michael Jordan che nella sua carriera ha sbagliato più di 9 mila tiri e perso quasi 300 partite. Una scuola che sappia capire l'errore senza cedere all'elogio del fallimento, che sappia aspettare, che sappia spingere gli alunni a fare del proprio meglio offrendo a tutti la possibilità e il tempo per farlo. Una scuola in cui imparare, in cui sbagliare, in cui crescere. Come su un campo di rugby, di tennis, di calcio, di pallacanestro. Senza l'obbligo di diventare campioni. 

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