Una carriera ad altissimi livelli fino ai primi anni duemila, Agassi dirà addio al mondo del tennis venti anni fa, uscendo al terzo turno dal "suo" US Open.
"In realtà sto cercando di nascondermi. Dicono che cerco di cambiare il tennis. In realtà sto tentando di evitare che il tennis cambi me. Mi definiscono un ribelle, ma non ci tengo ad essere un ribelle, sto solo cercando di portare avanti una normale quotidiana ribellione adolescenziale. Distinzioni sottili, ma importanti. In sostanza, non faccio altro che essere me stesso e poiché non so chi sono, i miei tentativi di scoprirlo sono maldestri e fatti a casaccio, e, ovviamente, contraddittori. Non faccio niente di più di quello che facevo alla Bollettieri Academy, resistere alle autorità, fare esperimenti con la mia identità, mandare un messaggio a mio padre, agitarmi contro la mancanza di scelta nella mia vita. Ma lo faccio su un palcoscenico più vasto". Parole dalle pagine della sua autobiografia "Open – La mia storia" di Andre "the flipper" Agassi, a venti anni esatti dal suo addio al tennis, proprio durante l'US Open. E quale migliore occasione di rispolverare le gesta dell'atleta che ebbe la chioma di un cantante degli Europe, un papà despota che lo costringeva a duri allenamenti e un guru del calibro di Nick Bolliettieri, nei giorni dell'US Open 2026, ovvero quelli che sanciscono il ventennale dall'addio al tennis giocato di Andre "the flipper" Agassi.
Andre Agassi e i suoi fratelli crescono negli Stati Uniti
Agassi il predestinato muove i primi passi nella patria della madre Elizabeth Dudley e dove si era trasferito il padre, Emanoul Aghasi, di origini armene e assire. Pugile per il suo paese, l'Iran, nelle Olimpiadi del 1948 e del 1952 papà Agassi, infatti, aveva poi deciso di andare a Las Vegas a lavorare in uno dei megaresort di proprietà del miliardario Kirk Kerkorian, e dove da cittadino americano diventa Mike Agassi e sposo, appunto, di Elizabeth. Grande appassionato di tennis, mister Mike
sognava per i suoi quattro figli Rita, Philly, Tami e Andre un avvenire da campioni. Ci prova con tutti Mike Agassi e ci riuscirà proprio con il più piccolo, Andre, che a due anni aveva già la prima racchetta in mano. Papà Agassi ci aveva visto giusto, ma come coach, considerando che, come genitore, viene ricordato dal figlio per il rapporto conflittuale. Nella sua autobiografia dal titolo "Open Andre", per esempio, Agassi ha raccontato che il padre lo sottoponeva all'allenamento del "drago", ovvero una macchina lanciapalle modificata proprio da papà Mike per allenarlo a maggiori difficoltà. "Un bambino che colpisce un milione di palle all'anno sarà imbattibile" questo il mantra di Emanoul Aghasi divenuto Mike Agassi sotto l'egida della bandiera a stelle e strisce.
L'americano vincente cresciuto tennisticamente in Florida
Nel 1987 vince il suo primo torneo come professionista, nel 1992 il suo primo torneo di Wimbledon, la carriera è pronta a decollare, a volare, ma senza libertà. Andre Agassi è stato sempre e solo un tennista che vinceva odiando ciò che faceva, imbracciando la racchetta e picchiando duro più che per vincere, forse, per sfogare l'imposizione subita di dover essere, obtorto collo, un campione di tennis. Genio e sregolatezza, campione ribelle. Un atteggiamento "contro" che lo ha contraddistinto anche nella rigida Accademia del monumento assoluto del tennis, Nick Bollettieri. La più importante e prestigiosa scuola se si voleva diventare tennisti, infatti, era in Florida, era quella di Nicholas James Bollettieri, detto Nick, il più grande coach della storia del tennis. E Agassi grazie alle conoscenze del padre riesce a fare pratica con divi della racchetta del calibro di Ilie Năstase e Jimmy Connors, e si fa riconoscere da Bollettieri per il suo grande talento.
Agassi è stato inserito nella International Tennis Hall of Fame nel 2001
Andre Agassi è l'unico tennista della storia, insieme a Nole Djokovic, ad aver conquistato tutte le categorie di tornei possibili per un tennista maschile in singolare: i quattro tornei dello Slam, la medaglia d'oro del singolare olimpico 1996, il torneo ATP World Championship 1990, gli ATP Masters Series (17), ATP 500 (6) e ATP 250 (27) e tre Coppa Davis (1990, 1992, 1995). È questo l'anno in cui il tennista statunitense celebra il secondo decennio dal suo addio alla sua (odiata) disciplina sportiva di una vita. E insieme al padre, l'altro rivale di una carriera è stato Pete Sampras. Un duello infinito, una rivalità a volte ruvida, che ha contribuito a far scrivere fiumi di inchiostro destinati alla cronaca sportiva e non solo. Per Andre Agassi il suo conterraneo Sampras è stato avversario, rivale, spesso ossessione in senso sportivo. Una sorta di Ivan Drago, la cui foto Rocky Balboa teneva ben fissa dinanzi allo specchio per caricarsi nella quarta tappa della saga cinematografica dedicata all'immaginario pugile di Filadelfia. Insomma, un continuo testa a testa, un braccio di ferro che a bocce ferme e carriere finite chissà se si può definire pari e patta, anche se i numeri propendono a favore di Pete Sampras. Una partita infinita, "me contro te", Coppi contro Bartali, ma anche Beatles contro Rolling Stones, Duran Duran contro Spandau Ballet saltando dallo sport alla musica, ispirati dal look punk di Agassi con il quale lo ricorda il grande pubblico della racchetta. Infine, l'ultimo atto: il 3 settembre 2006, appende la racchetta al chiodo dopo la sconfitta al terzo turno degli US Open contro Benjamin Becker. Da quel giorno sono trascorsi venti anni ma Andre "the flipper" non (si) dimentica.




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