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L'ultima corsa del Capitano

Morto a 31 anni il trottatore che vinse 62 corse su 73 e conquistò il Grand Prix d'Amerique: la leggenda nata da un affare tra Napoli e la Francia. 

C'era un tempo ormai lontano che l'ippica rappresentava uno degli sport più popolari in Italia. Se uno recupera in un'emeroteca una copia della Gazzetta dello Sport degli anni Sessanta o Settanta noterà che l'ippica occupava almeno due pagine del quotidiano contenenti i risultati delle gare del giorno precedente e i pronostici di quello in corso, corredate da interviste ai fantini, ma non ai cavalli. Perché come diceva il grande Mario Fossati, che è stata la penna più nobile sull'argomento nel nostro giornalismo, "i cavalli non possono parlare".

L'ippica è stata un fenomeno importante per la nostra società, ispirando anche capolavori della comicità come "Febbre da cavallo", con i migliori Proietti e Montesano di sempre, che rese perfettamente l'idea di quel mondo popolato non solo dagli scommettitori incalliti ma anche da uomini insospettabili come potevano essere Winston Churchill, Giulio Andreotti e Luchino Visconti. Personaggi che abitavano mondi differenti, ma che si ritrovavano nell'emozione di uno sport antico come l'uomo per una semplice scommessa o per la gioia di vedere galoppare o trottare un cavallo.

Da anni l'ippica si è ridotta a un misero trafiletto sui quotidiani sportivi e solo in questi giorni è tornata all'antico splendore per ricordare la morte di Varenne, uno dei più grandi trottatori di tutti i tempi. Può sembrare esagerato, ma, invece, non lo è, collocare Varenne nell'olimpo degli sportivi più importanti del nostro Paese. Così, al pari di Coppi, Bartali, Berruti, Mennea, Simeoni, Zoff, Riva, Thoeni, Tomba, Paolo e Valentino Rossi, Agostini, Federica Pellegrini e Sinner e chiediamo scusa per chi ci stiamo dimenticando, merita il suo spazio questo splendido cavallo, il cui cuore trentunenne, l'equivalente di un uomo novantenne, non ha retto a questa opprimente estate. Un cuore che ha rappresentato la centralina di un motore perfetto che l'ha portato a stravincere in tutti i più importanti ippodromi del mondo: 62 vittorie su 73 corse disputate e il record assoluto di oltre 7 milioni di premi vinti, non contando quanto ha poi portato alle casse del suo proprietario come riproduttore. Trionfi prestigiosi come il Grand Prix d'Amerique, l'Elitloppet, il Gran Premi Lotteria e il Breeders Crown. Soprattutto il primo, il trofeo più nobile del trotto mondiale sulla pista parigina di Vincennes in carbonella, dove Varenne umiliò i padroni di casa francesi.Eppure il "Capitano", come venne soprannominato, in origine era di proprietà del francese Jean-Pierre Dubois che lo vendette al cambiavalute napoletano e piccolo allevatore di cavalli Enzo Giordano per 150 milioni delle vecchie lire, convinto di avergli rifilato un super bidone perché il giovane cavallo aveva un micro-distacco osseo a una zampa. È giusto ricordare, per chi non segue l'ippica, di chi stiamo parlando. Dubois è una leggenda dell'ippica: allevatore e driver sia di trotto che di galoppo. Probabilmente il massimo esperto del mondo equino. Ma avrebbe mai potuto un francese fregare un napoletano? Così il buon Dubois commise l'unico errore sportivo della sua vita e quello che sembrava un azzardo si trasformò in uno dei più grandi affari di tutti i tempi. Giordano acquistò Varenne sia perché ispirato dal nome del cavallo (in viaggio di nozze dormì a Parigi in Rue de Varenne) ma anche perché tranquillizzato dal suo veterinario di fiducia, che per la proverbiale affidabilità aveva soprannominato "TG1". La leggenda narra che l'acquistò fu fatto in contanti con il driver Giampaolo Minnucci, che poi avrebbe guidato Varenne nei suoi trionfi in giro per il mondo, che partì alla volta della Francia con le mazzette di banconote nascoste in ogni parte del corpo. Il resto è leggenda. Fino alla pensione dorata di Varenne come super stallone e oltre tremila figli sparsi in giro per il mondo e venduti a peso d'oro.

Vogliamo salutare il "Capitano" con le parole che scrisse su di lui il citato Mario Fossati su "Repubblica" il 18 febbraio del 2002:

"Il pubblico – parlo degli appassionati "culti", che nell'ippica esistono e sono di raffinata competenza – allorché Varenne allunga, si produce in un "ooh" che non è espressione di meraviglia: è piuttosto una voce di consenso, la soddisfazione di una verifica attesa, la risultanza di un fenomeno noto". 

(tratto dal libro "Mario Fossati e la storia del giornalismo sportivo in Italia (1945-2010) di Enrico Currò (altra grande firma di "Repubblica"). 

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