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Addio a Cesare Castellotti, protagonista di 90° Minuto.

 Il racconto di un'epoca del calcio e della televisione italiana attraverso la figura storica di 90° Minuto.

L'addio di Cesare Castellotti, oltre al dispiacere per la perdita di un volto amico che ha fatto compagnia alla gioventù di molti italiani, ci riporta a un tempo lontano. Quando la parola highlights doveva ancora essere inventata e con essa gli smartphone, mentre internet era una rete semisconosciuta utilizzata solo a fini militari e d'intelligence dal governo degli Stati Uniti. D'altronde, si era in piena guerra fredda. Era caldissima invece in Italia la passione per il calcio, visibile solo sulla RAI, anche perché altri canali, oltre alle televisioni private, ancora non c'erano. Il primo appuntamento utile per vedere i gol della giornata, le partite venivano giocate tutte rigorosamente lo stesso giorno e alla stessa ora, era 90° Minuto del quale il buon Castellotti era una delle colonne. Sempre da Torino per commentare le partite casalinghe della Juventus e del Toro. Sempre con cravatte sopra le righe ma con giacche a quadrettoni di due taglie sotto la sua che l'imbrigliavano davanti alle telecamere. Spesso le cravatte e le giacche scomparivano per i terribili effetti del chroma key, molto in voga nella televisione degli anni Settanta, facendo apparire in video solo la testa e le mani di Castellotti in sovraimpressione sul campo di calcio, le cui immagini scorrevano alle sue spalle. Su questo effetto visivo, anni dopo, Teo Teocoli costruì in modo comico l'immagine di Felice Caccamo a Mai dire Gol. Di Castellotti vanno ricordate la competenza, la serietà e il distacco, pur essendo tifoso del Toro, mentre altri suoi colleghi del programma non facevano nulla per nascondere le loro simpatie.Ma il doveroso saluto a Castellotti ci permette di ricordare un glorioso programma come 90° Minuto, uno dei più seguiti nella storia della tv di Stato. Una trasmissione geniale sin dalla sigla. A molti il nome Jan Stoeckart non dirà nulla. A tanti, invece, lo stacco di una sua canzone farà riemergere ricordi di un dolcissimo passato. Parliamo di un artista olandese che nel 1966 pubblicò una canzone jazz dal titolo Pancho, chiamando a raccolta, per la sua esecuzione, fior di artisti, su tutti Otis Redding. Non poteva sapere Jan Stoeckart che Pancho, quattro anni dopo, sarebbe diventata la sigla di 90° Minuto. La canzone fu scelta da Remo Pascucci, grandissimo giornalista radiotelevisivo che amava stare dietro le quinte e coordinare i programmi. Pascucci era un appassionato di musica jazz, da qui la scelta azzeccata e raffinata del brano di Stoeckart, ma soprattutto era esperto di sport. Quest'ultima passione era condivisa con il suo collega e conterraneo Maurizio Barendson. Entrambi erano napoletani e appartenevano alla scuola di giornalisti partenopei che aveva nel mostro sacro Antonio Ghirelli il principale esponente.

Pascucci e Barendson erano entrati da pochi anni in RAI, che, all'epoca (bei tempi!), era un laboratorio di idee, popolato da autori geniali, e stavano pensando a una trasmissione che potesse sfamare l'appetito degli appassionati di calcio dopo la fine delle partite. Serviva un programma che colmasse l'enorme intervallo di tempo che intercorreva tra la fine di Tutto il calcio minuto per minuto, il programma radiofonico che trasmetteva la cronaca delle partite, e la Domenico Sportiva che, invece, faceva vedere i filmati dei gol e delle azioni più salienti.

Gli appassionati dovevano aspettare quasi sei ore per gustarsi i gol in televisione. La Domenica Sportiva, poi, andava in onda dopo le 22, in un orario dove, nell'Italia a cavallo tra la fine dei '60 e l'inizio dei '70, molti erano prossimi ad andare a letto, mentre i giovani lo erano già da un po', costretti, all'epoca, dai genitori.

Nacque così l'idea di creare un programma che mostrasse una sintesi delle azioni salienti delle partite a un'ora dalla loro fine. L'idea era quella di anticipare la visione dei gol, allargando, al tempo stesso, il numero di telespettatori.

La prima puntata di 90° minuto andò in onda il 27 settembre del 1970. Il programma partì come sperimentale ma, visto l'enorme successo, diventò uno degli appuntamenti più importanti per i tifosi.

In studio la conduzione era affidata Barendson e Paolo Valenti, anche lui coautore del programma, che, dopo aver letto prima la schedina del Totocalcio (altro momento sacro) e la relativa classifica del campionato, si collegavano con i campi dove gli inviati, dopo una breve descrizione della partita, facevano partire i filmati.

La coppia Barendson-Valenti si divise nel 1976, quando in RAI avvenne una divisione netta tra i canali, che non erano più primo e secondo, ma diventarono RAI1 e RAI2, ognuno con le proprie redazioni. e, soprattutto, ognuno con un proprio indirizzo politico: RAI1 era vicina alla Democrazia Cristiana, mentre RAI2 strizzava l'occhio al PSI e al PCI.

Arrivato a RAI2, Barendson prese subito la guida della redazione sportiva e ideò altri due programmi rivoluzionari: Domenica Sprint e l'Altra Domenica con Renzo Arbore.

Alla guida di 90° minuto rimase così il solo Valenti che, liberato dall'ingombrante presenza del collega e amico che per classe, eloquio, genialità ed autorevolezza primeggiava, si ritagliò un proprio spazio che da comprimario lo trasformò in primattore e che primattore.

Gli anni della trasmissione con Valenti al timone passeranno alla storia come quelli di maggior successo anche perché il programma oltre al naturale interesse derivante dalla voglia di vedere i gol da parte dei tifosi ne trovò un altro, del tutto inaspettato, legato alla popolarità dei corrispondenti dai vari campi. Con l'addio di Barendson 90° minuto perse la sua seriosità e si trasformò, negli anni, in un teatrino degno della migliore commedia all'italiana. I vari inviati conquistarono uno dopo l'altro una fetta di popolarità e diventarono, insieme ai gol, le vere star del programma. Alcuni erano delle macchiette, come Tonino Carino da Ascoli Piceno.

Altri come Marcello Giannini da Firenze non riuscivano a celare nel commento della partita il tifo per la squadra del cuore.C'era anche chi riusciva a rimanere serio ed impassibile come Ferruccio Gard da Verona o Emanuele Giacoia da Catanzaro. O altri come l'elegante Gino Rancati da Torino, che si alternava col citato Castellotti, che pronunciava lo juventino Caùsio con l'accento sulla u perché così lo chiamava l'avvocato Agnelli. Il più pirotecnico era Luigi Necco da Napoli che faceva il suo intervento dall'allora stadio San Paolo di Napoli circondato da un nugolo di ragazzini festanti, arricchendolo sempre con qualche battuta. Famosissima al riguardo la sua "Milano chiama, Napoli risponde", riferita al dualismo Napoli-Milan ai tempi di Maradona. Necco, inoltre, non era solo un giornalista sportivo. Per i suoi servizi investigativi contro la criminalità organizzata fu gambizzato dalla camorra. Sempre Necco coltivava in segreto una passione per l'archeologia che lo porterà negli anni a ritrovare il tesoro di Troia che l'archeologo tedesco Heinrich Schliemann aveva scoperto e che poi era stato rubato e portato in Russia.

Valenti dirigeva da maestro i suoi inviati, a volte stimolando le loro gag, altre reprimendole. Il risultato era gustosissimo e irrepetibile.

Gli anni migliori di 90° minuto dureranno fino a ottobre del 1990, quando, sconfitto da un male incurabile, Paolo Valenti morirà dopo 20 anni di conduzione. Con la morte di Valenti il programma perderà forza e fantasia e, soprattutto, il suo vero padre. Si succederanno negli anni nuovi conduttori: Fabrizio Maffei, Giampiero Galeazzi, Marco Mazzocchi e il compianto Franco Lauro, solo per citare i più noti.

90° minuto non fu, però, più lo stesso, complice soprattutto la rivoluzione televisiva che colpì il calcio con lo spezzatino di partite distribuito su più giorni. La fine della sacralità domenicale, con tutte le sfide in contemporanea, e la fine dell'esclusività per la RAI della visione dei gol, toglieranno al programma il suo spirito originario.

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