Addio a Celeste Pin, bandiera della Fiorentina negli anni '80. Una carriera tra coraggio, battaglie e amore eterno per Firenze.
Se n'è andato in silenzio Celeste Pin, nascondendo a tutti il suo malessere. Ma il suo addio ha fatto molto rumore, il rumore proveniente dal pianto di una città, Firenze, che lui, veneto di San Martino di Colle Umberto nel trevigiano, aveva scelto e che l'aveva adottato. Pin arrivò giovanissimo in riva all'Arno. Era l'estate del 1982 e la dirigenza gigliata l'aveva individuato per sostituire Pietro Vierchowod, che rientrava per fine prestito alla Sampdoria. Un'eredità pesantissima perché lo zar, nella stagione precedente (1981/82), era stato una delle colonne della squadra che vide scipparsi lo scudetto dalla Juventus. Ma Pin era molto promettente e, soprattutto, non aveva paura di nulla. Era già passato alla ribalta nazionale perché due stagioni prima, vestendo la maglia del Perugia, che l'aveva lanciato nel grande calcio, aveva denunciato un tentativo di corruzione da parte di Roberto Bettega. Era il campionato 1980/81, quello del famoso gol annullato a Turone, e gli umbri, quasi retrocessi, erano ospiti in casa dei bianconeri, che si giocavano il titolo in un testa a testa che fece storia con la Roma. A nove minuti dalla fine, col punteggio inchiodato sullo 0 a 0, il Perugia andò clamorosamente in vantaggio con De Rosa. Risultato poi ribaltato dalla Juventus negli ultimissimi minuti con Brady su rigore, generato da un cross uscito dalla linea di fondo campo, e da Marocchino.
Ma quello che fece scalpore fu, a fine partita, la denuncia di Pin e del suo compagno Dal Fiume che accusarono Bettega di averli implorati di far segnare la Juventus. L'accusa non cadde nel vuoto, grazie anche alla grancassa mediatica del nascente "Processo del Lunedì", e Bettega fu squalificato per tre mesi (di fatto scontati quasi tutti durante la pausa estiva del campionato). Questo fu il biglietto da visita di Pin per i tifosi viola, che, vista la scarsa simpatia (eufemismo) che nutrivano verso Bettega, accolsero subito il ragazzo con grande affetto. Fu dunque amore a prima vista tra Celeste e i tifosi gigliati. In quell'estate del 1982, insieme a Pin, la Fiorentina comprò Daniel Passarella, il libero e capitano della nazionale argentina campione del mondo nel 1978. Il caudillo insegnò tantissimo a Pin, soprattutto nel primo anno di convivenza difensiva (Passarella era il libero e Pin lo stopper) dove a forza di urla e richiami, l'argentino aveva modi militareschi, Pin visse un'esperienza formativa che lo portò la stagione seguente a giocare un gran campionato nella difesa a tre che l'allenatore De Sisti avrebbe allestito. Se tanti critici vi raccontano la storiella che la difesa a tre in Italia l'ha inventata Zaccheroni non credetegli. La difesa a tre nel nostro campionato fu portata da Giancarlo De Sisti che avendo in mente una squadra molto offensiva pensò di giocare con soli tre difensori: due marcatori fissi (Pin e Contratto) e un libero (Passarella) davanti al portiere Giovanni Galli. Picchio costruì una Fiorentina spettacolare (arrivò terza dopo aver lottato per il titolo), molto più bella di quella che sfiorò lo scudetto due anni prima. Arretrò, l'allenatore viola, il raggio d'azione di Daniele Massaro (che vestiva la maglia numero 5) e mise in campo un super centrocampo con Antognoni, Pecci e Oriali. In quella squadra ad altissimo tasso tecnico, Pin era la roccia difensiva, in un anno in cui i clienti avversari erano il meglio del meglio del calcio mondiale: Platini, Zico, Paolo Rossi, Pruzzo e Altobelli.
Pin rimase nove anni a Firenze. Come in ogni matrimonio che si rispetti rimase legato alla maglia in ricchezza (gli anni d'oro dei pesanti investimenti della dirigenza Pontello) e in povertà (il brutto finale degli stessi Pontello). Vide lo splendore e il tramonto di Antognoni e la nascita della stella di Baggio. Visse soprattutto il "tradimento" di Roberto Baggio con la città in subbuglio, quasi in assetto da guerriglia, per la vendita del suo gioiello più prezioso all'odiata Juventus.Fu protagonista della finale di coppa UEFA tra Fiorentina e Juventus nel maggio del 1990. Una partita maledetta per i colori viola, pregiudicata nella partita di andata da un arbitraggio discutibile dello spagnolo Soriano Aladren (poi soprannominato dai tifosi viola Aladron) che non annullò il gol del momentaneo 2 a 1 per la Juventus viziato da un vistosissimo fallo di Casiraghi proprio ai danni di Pin. Celeste inveì a fine partita contro gli avversari, facendo vedere ai giornalisti i segni della botta ricevuta da Casiraghi. «Siete dei ladri!» urlò Pin «Siete dei ladri!» A distanza di anni, ricordando quell'episodio, l'ex difensore gigliato, peraltro sempre calmo e misurato in ogni circostanza, non aveva cambiato opinione e amava ripetere la sua convinzione su quanto successo in quella finale di coppa UEFA.
Caro Celeste, detto da chi come me c'era quella maledetta sera, avevi proprio ragione e da tifoso ti ringrazio di averlo sempre ricordato.



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