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Quel folle genio di Derek Dougan

 Oggi Derek Dougan avrebbe compiuto 84 anni. Ecco la sua storia tra George Best e Jimy Hendrix

Derek Dougan, con la maglia del Wolverhampton

Belfast, 1938. L'odore del malto che riposa in grosse botti di quercia e quello delle corde ispessite dal mare che sale dal 'dock'. Capitale designata dal 1920, faro della piccola e claudicante Irlanda del Nord. Per chi ci vive l'ultimo avamposto dell'Impero britannico. Per il resto dell'Isola: un'enclave di traditori.

Suddito, di sua Maestà o di chiunque altro sulla faccia della terra, Derek Dougan non ci si è mai sentito. Di padrone, invece, ne ha avuto uno: rotondo e sporco, inumano solo per chi ha il cuore ricoperto da una colata di catrame.

I primi calci Dek, come lo chiamano nel quartiere, li tira nella strada dietro casa: il destro è potente, il sinistro azzoppato ma migliorerà.

Solido nell'amministrare la democrazia con cui tratta il pallone, nella la nebbia che gli accarezza le caviglie come sotto una nuvola di torba sopra la testa. Folle nel carattere che non sempre lo assiste.

A 20 anni, nel 1958, è una speranza che si concretizza: la Svezia gli offre la prima e unica vetrina mondiale. Giocherà 9 anni in Nazionale con George Best con cui condivide capelli lunghi, eccessi e notti sopra le righe senza, però, riuscire a qualificarsi una volta di più per la fase finale di un campionato d'Europa o della coppa del mondo.

Scappa dagli allenamenti per andare a conoscere ed ascoltare Hendrix e Syd Barrett nei privè dei locali inglesi più underground. Si perde, dicono, tra gambe a pagamento e la poesia liquefatta della psichedelia. Perde anche un amico, un compagno di squadra, in una notte maledetta del 1961.

La macchina guidata da Bobby Thomson esce di strada e si schianta: Malcom Williams muore sul colpo, Derek che non era ancora pienamente 'The Doog' ma che presto lo diventerà, si rompe un braccio. La verità si saprà 49 anni dopo: "Dougan era ubriaco, mi tirò giù il cappello sugli occhi per gioco e finimmo fuori strada", raccontò Thomson.


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Derek The Doog

Si porterà questa verità fino alla tomba Dougan che dentro il campo si accontenterà di essere l'astro brillante di un microcosmo di periferia, ai margini del sistema solare e della nobiltà calcistica non tradendo, in questo, l'eredità del padre che i soldi se li guadagnava al porto invece che tirando calci dentro a un rettangolo d'erba spelacchiata.

Lisburn, Portsmouth, e poi Blackburn, la città che arde come la depressione che ogni tanto torna a trovarlo e consuma il suo metro e novanta spingendolo a pensare di mollare tutto.

Poi a 30 anni Wolverhampton, la città dove cambia pelle, si trasfigura e la sua faccia compare sui murales della città. 258 presenze e 95 gol. Ci resterà fino al 1975 per poi far scorrere i titoli di coda di una carriera chiusa virtualmente 2 anni prima.

Ha 35 anni e qualcosa ancora da dare ma la federazione Nord Irlandese vuole la sua testa su un piatto e la ottiene: non gli perdona di essere stato tra gli organizzatori di quella partita che vede opposti a Lansdown road di Dublino il Brasile di Rivelino campione del mondo e lo Shamrock Rovers XI, squadra dietro alla quale si nasconde la nazionale dell'Irlanda unita.

Un anno prima i morti nel conflitto tra unionisti e lealisti erano stati 472. Troppi per chi, come Dougan, pensava che non bastasse una riga tracciata su una cartina per dividere una nazione e spaccare il suo spirito. Finirà 3-4, Dougan ci metterà la firma, con il cuore prima che con le gambe. Quel cuore che a 67 anni decise che non era il caso di andare ai supplementari per sedersi in tribuna a vedere gli occhi pieni di lacrime di migliaia di persone fuori da una chiesa. Oggi Derek Dougan avrebbe compiuto 84 anni. 


Luca Telli

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