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Il signore del gol

Dagli esordi difficili al record di capocannoniere dalla Serie C alla Serie A, fino al legame indissolubile con Livorno: il ricordo di Igor Protti, simbolo di passione, sacrificio e amore per il calcio. 

E' morto Igor Protti. Era lo zar, il signore del gol, come lo avevano soprannominato a Livorno, città che l'ha prima annusato, poi amato e infine protetto e coccolato nella fase finale della terribile malattia.

Ma Protti è stato amato ovunque è andato per la passione che ha sempre messo in campo e per i gol, tanti, tantissimi, belli, bellissimi che ha sempre fatto. Non solo Livorno quindi, ma anche Messina e Bari dove è rimasto un re rispettato anche a distanza di anni.
Vanta il record, insieme a Dario Hubner, di aver vinto la classifica dei cannonieri dalla serie C alla A ed è stato l'unico a salire sul trono del re del gol con una squadra retrocessa dalla A alla B(il Bari).
Avrebbe strameritato di essere convocato in Nazionale, ma ha avuto la sfortuna di giocare in anni dove nei pascoli della massima serie pascolavano grandi attaccanti e giocare in piazze come Bari e Livorno non aiutava certo per questioni di "calciopolitica" scusate il neologismo).
Gli inizi al Rimini, dove era anche nato, non furono facili. Un giovane Arrigo Sacchi, che allenava il club romagnolo, gli disse apertamente che per lui nel grande calcio non ci sarebbe stato spazio. Si sbagliava mister ripartenza, come si è sbagliato molte altre volte in carriera. Quel giudizio tranciante e definitivo invece che bloccare Igor lo sbloccò.Così iniziò una faticosa rincorsa dalla C al calcio che conta. Dal Rimini passò giovanissimo al Livorno, dove poi sarebbe tornato per la consacrazione anni dopo, rimanendo subito rapito dalla città. Lui uomo di mare, dell'Adriatico, fu conquistato dal Tirreno e dai livornesi, al punto che prima di partire per un tour che gli avrebbe fatto toccare varie città della penisola e delle isole, decise che qui si sarebbe stabilito una volta smesso di giocare. Nella città labronica capì soprattutto che poteva fare il calciatore e sapeva fare gol. Andò prima alla Virescit e poi la grande occasione della B a Messina, dove prese il posto di Totò Schillaci. In riva allo stretto s'iniziò a parlare di lui. Tre campionati riempiti di gol e assist. Al punto che lo prese il Bari per tentare la scalata alla A. Impresa che riuscì dopo 3 anni. In Puglia trovò un'intesa perfetta con il cobra Tovalieri. Igor era il partner ideale per i compagni di reparto. Altruista, intelligente, sempre pronto al dialogo. Forse anche troppo altruista perché i primi anni, pur segnando, giocava più come una classica seconda punta. Col tempo poi capì che doveva essere più egoista con risultati devastanti. Infatti, al suo ultimo anno al Bari mise a referto 24 gol e vinse la classifica a pari merito con Signori e guardando dall'alto gente come Batistuta, Bierhoff, Chiesa e Balbo.

L'allenatore degli azzurri era una sua vecchia conoscenza, Arrigo Sacchi, che chiaramente non lo convocò per non darsi dello stupido dopo quanto aveva detto anni addietro. L'Italia andò malissimo, dopo le alte aspettative della vigilia (venivamo dal secondo posto ai Mondiali del 1994) e uscì come terza nel girone eliminatorio. Da notare che Sacchi non chiamò neppure l'altro capocannoniere Signori e Roberto Baggio (con entrambi aveva avuto da ridire come è noto ai Mondiali in USA).Protti, invece, fu notato nel calcio che conta. Lo acquistò la Lazio dove non rispettò le attese che c'erano su di lui e forse soffrì la folta concorrenza in attacco. In effetti, Igor aveva sempre reso meglio in squadre che lo facevano sentire importante. Dopo la Lazio un anno in prestito a un Napoli sull'orlo del fallimento. Quindi il ritorno alla Lazio e nel 1999, dopo una parentesi alla Reggiana,una scelta dettata dal cuore: tornare a Livorno. Non importa se gli amaranto fossero in serie C, tornava per riportare la squadra almeno in B.Ricoperto dall'affetto di una città intera, se la caricò sulle spalle e a suon di gol la riportò dopo 3 stagioni in B, dove il Livorno mancava da decenni. Una volta in B convinse il suo amico Cristiano Lucarelli, livornese doc e tifosissimo del Livorno, a rinunciare alla A e a un miliardo di stipendio che gli dava il Torino (da qui il libro "Tenetevi il miliardo" di Lucarelli) per inseguire il sogno. Con Mazzarri in panchina, all'epoca un grande allenatore, un giovane Chiellini in difesa e quei due satanassi di Lucarelli e Protti davanti (29 gol il primo e 24 il secondo), il Livorno tornò in A dopo 55 anni.
Alla prima giornata nella massima serie una partita passata alla storia. Il Livorno era di scena al Meazza contro il Milan. Era l'11 settembre del 2004 e diecimila livornesi con la bandana in testa al grido bonario di "Silvio, stiamo arrivando" invasero lo stadio. 2 a 2 contro un Milan fortissimo grazie a una doppietta di Lucarelli e a un super Protti. Per Igor quella fu forse la partita più importante della carriera. Aveva chiuso un cerchio, riportando quella che era diventato il suo popolo dove aveva sempre sognato. Un altro anno in A e poi il ritiro dal campo ma non dal calcio, dove, sempre a Livorno, ricoprì in più fasi il ruolo di dirigente. Siamo sicuri che insieme alle opere di Fattori, alla terrazza Mascagni e al Santuario di Montenero, Igor rimarrà per sempre un simbolo della città.

Perché come dicono i Beatles, che, a differenza di Sacchi, avevano sempre ragione: "alla fine l'amore che ricevi è uguale all'amore che dai".

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