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La storia di Julius Hirsch, il bomber tedesco assassinato ad Auschwitz

 Dai campi di calcio ai campi di sterminio. La parabola di Julius Hirsch bomber della Germania ucciso dagli stessi che esultavano ai suoi gol.

"L'amore che ho sempre avuto per questa società della quale ho fatto parte dal 1902 è completamente sparito. Vorrei essere chiaro e dire che il danno che state facendo alla nazione tedesca è gravissimo anche nei confronti di coloro che hanno amato questo Paese". Scrive così Julius Hirsch in una lettera rivolta alla sua squadra, la Karlsruhe. La squadra con cui aveva iniziato a giocare a calcio, a soli 17 anni, la squadra con cui aveva vinto cinque campionati della Germania Meridionale, la squadra con la quale nel 1910 divenne Campione di Germania, la squadra con cui aveva conquistato la maglia della nazionale. 

Immagine di Hirsch in giovane età

La stagione dei successi 

L'immagine del Karlsruher campione di Germania nel 1910

E' il 1933, le società tedesche hanno appena espulso tutti i loro membri ebrei. Julius Hirsch ha 41 anni, ha appeso gli scarpini al chiodo da otto. Ha giocato per più di dieci stagioni con la maglia rossonera del Karlsruher, che oggi milita nella Kresiklasse C, il gradino più basso del calcio tedesco, ma che prima della Grande Guerra era ai vertici. Qui "Juller" Hirsch, così lo chiamavano, gioca come attaccante anche se era cresciuto da centrocampista. L'intuizione ce l'ha l'allenatore inglese William Townley che in una partita contro il Friburgo è in piena emergenza e così manda in campo quel ragazzino, schierandolo come ala sinistra. Da quel momento, l'esterno non lascerà più il campo.

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"Di quella squadra mi impressionò soprattutto Hirsch, che all'epoca aveva una reputazione favolosa, grazie ai suoi trucchi tecnici e alle sue impressionanti combinazioni di mosse che posso ricordarle ancora oggi" ammetterà Sepp Herberger, che è stato tecnico della Germania tra il 1936 e il 1945 per poi sedere sulla panchina della Germania Ovest fino al 1964. Tiro preciso, duro, potente. Insieme a Fritz Forderer e Gottfried Fuchs forma un trio che fa impazzire i tifosi. Quelli del Karlsruher e quelli della Germania: nel 1911 viene convocato in nazionale e diventa il primo giocatore ebreo a vestire la casacca tedesca. L'anno dopo è alla Spielvereinigung Greuther Furth, dove vince di nuovo il campionato. Nel 1912, intanto, gioca alle Olimpiadi di Stoccolma e segna, contro l'Olanda, quattro gol in una sola partita. E' il primo calciatore tedesco.

 La parabola finale di Julius Hirsch

Intanto l'Europa viaggia a vele spiegate verso la catastrofe. Julius Hirsch decide di arruolarsi e presta servizio per quattro anni durante la Prima Guerra Mondiale, tanto da meritarsi l'onorificenza della Croce di Ferro. Una volta finita la guerra, torna alla KFV, dove allena le giovanili. Ma la svolta nazista, in Germania, è segnata. Le Leggi di Norimberga, le leggi razziali naziste, vengono promulgate nel 1935. Per Hirsch, per quelli come lui, per gli ebrei, è l'inizio della fine. L'amico ed ex compagno di squadra Gottfried Fuchs gli propone di scappare: ha in mano un biglietto per il Canada. Hirsch non se la sente, è convinto che in realtà la situazione cambierà in fretta, che non può essere vero, che in fondo qualcuno si ricorderà di lui: campione acclamato, allenatore stimato, soldato fedele, fratello di un caduto durante la Grande Guerra. Si sbagliava.

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Rimane senza lavoro, nel 1942 divorzia dalla moglie, Ella Karolina Hauser, non ebra, nel tentativo di salvare lei e i sue due figli, Heinold Leopold ed Esther Carmen. L'anno dopo, arriva la lettera: la Gestapo lo informa di doversi presentare per un "incarico di lavoro". Dalla stazione centrale viene deportato, insieme ad altri undici ebrei, a Baden e poi ad Auschwitz. Arriva nel campo di concentramento il 2 marzo, insieme ad altre 1500 persone. Da quel momento le sue notizie si perdono. L'ultime parole sono quelle affidate a una cartolina, timbrata il 3 marzo a Dortmund: "Miei cari. Sono arrivato, sta andando bene. Venite in Alta Slesia, sempre in Germania. Cordiali saluti e baci, il tuo Juller". La sua morte viene dichiarata l'8 maggio 1945. Furono deportati anche i figli, che all'epoca avevano 22 e 17 anni. Finirono al campo di concentramento di Theresienstadt e furono liberati dall'Armata Rossa nel maggio 1945.

Oggi, davanti all'abitazione di Julius Hirsch, in Murgstraße 7 a Karlsruhe, c'è una pietra d'inciampo. Un campo di calcio di Berlino porta il suo nome, così come un Premio istituito dalla Federcalcio tedesca. Il nome di un campione, di un atleta, di un cittadino. Il nome di un ebreo. Ucciso, forse, dalle stesse persone che avevano esultato ai suoi gol.

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