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Ciao, Osvaldo

Dal miracolo dello scudetto con il Verona al rapporto umano con giocatori e collaboratori: il ricordo di Osvaldo Bagnoli racconta la grandezza dell'uomo prima ancora dell'allenatore. 

Una delle più grandi soddisfazioni della mia vita l'ho avuta quando ho conosciuto Osvaldo Bagnoli e quando lui ha accettato che scrivessi la sua biografia. Aveva già smesso di allenare da circa 5 anni, dopo la delusione all'Inter e a me frullava da tempo di scrivere un libro su di lui e mi meravigliavo che nessuno non ci avesse mai pensato prima. Perché? Perché era il mio mito. Per alcuni anni avevo diviso il mio tifo tra la mia squadra del cuore (la Fiorentina) e quelle dove allenava Bagnoli. Mi attraevano la sua bravura e la sua semplicità. Il suo essere un genio operaio. Quel suo essere anticonformista, ma non in modo costruito, in Bagnoli tutto era genuino e naturale e anche per questo motivo l'ammiravo. Conoscendolo di persona poi, capii che l'uomo era ancora più grande dell'allenatore. Se fosse sceso un extraterrestre sulla terra e mi avesse chiesto di mostragli l'esempio di un uomo perbene l'avrei mandato da Bagnoli.

Per una strana combinazione avevo visto anche i suoi esordi in serie A sulla panchina del Como, di cui pochi si ricordano, quando sostituì Beniamino Cancian (lui era il vice). Era un pomeriggio di novembre del 1975 (avevo 11 anni) il Como giocava in casa del Perugia (dove allora abitavo). Era il Perugia dei miracoli guidato in panchina da Ilario Castagner e il Como lottava disperatamente per la salvezza. Bagnoli era un giovane allenatore di 40 anni e fece esordire col numero 7 sulle spalle un ragazzino di nome Paolo Rossi, che fece una partita anonima. Un'aletta guizzante, così si diceva all'epoca, ma poco più. Nemmeno lontano parente dell'implacabile centravanti del Real Vicenza e della Nazionale. Rossi diventò Paolorossi (scritto e pronunciato tutto attaccato come Gigiriva) e poi Pablito grazie e GB Fabbri, allenatore del Vicenza e maestro di Bagnoli quando giocava nella Spal. Fu l'unico errore di Bagnoli, del quale lui stesso per anni si rammaricava e da uomo onesto quale era ne faceva sempre pubblica ammenda. Fu forse il suo unico errore, se di errore si può parlare, in carriera. Il suo percorso, dopo Como, ripartì dal basso. Osvaldo non ebbe mai corsie preferenziali e non prese mai scorciatoie. Ancora Como in B, Rimini sempre in serie cadetta e poi Fano in C2. Qui in una terra tra Marche e Romagna, ma nell'animo più romagnola, costruì il suo primo miracolo vincendo il campionato. E proprio parlando del suo periodo a Fano, capii la sua grandezza e bontà d'animo. Mi confessò che la sua carriera svoltò a Fano grazie a un giocatore: Giorgio Gambin. Era il suo centravanti ma dopo le prime partite, quando ancora la squadra non girava, fu lo stesso Gambin a dire al mister: "provi a spostarmi un po' dietro, potrei agire da trequartista". Bagnoli, da uomo intelligente, ascoltò il consigliò. Gambin arretrò il suo raggio d'azione e il Fano vinse il campionato. "Se non avessi ascoltato quel consiglio" mi disse Bagnoli "forse la mia carriera sarebbe stata diversa e non staremmo qui a parlare dello scudetto del Verona". Grande umiltà, grande riconoscenza, uno dei sentimenti maggiormente presenti nell'allenatore lombardo. 

Osvaldo Bagnoli, campione d'Italia con l'Hellas Verona

La stessa riconoscenza che provava e che voleva che scrivessi nel libro, ancor più delle pagine sui trionfi scaligeri, verso Bruno Arcari IV (prima i fratelli calciatori venivano classificati con i numeri romani) l'allenatore che lo formò nelle giovanili del Milan e verso Carlo Pedroli. Quest'ultimo fu il suo ultimo direttore sportivo al Verbania, dove Bagnoli finì la carriera di calciatore insieme a un giovane Egidio Calloni (lo sciagurato Egidio di breriana memoria) che la stava iniziando. Pedroli aveva capito che Osvaldo poteva diventare un bravo allenatore e lo costrinse più che convinse a iscriversi al corso. Il futuro che s'immaginava Bagnoli non era su una panchina, certo gli sarebbe piaciuto, amava il calcio. Però, era un uomo concreto e aveva già preso accordi per andare a lavorare in fabbrica alla Mondadori a Verona, città che aveva eletto a suo domicilio definitivo dopo il matrimonio con l'amata Rossana. La Mondadori poteva aspettare, aveva ragione l'amico Pedroli, riguardo al quale Bagnoli mi chiese: "se devi mettere delle foto nel libro, per favore, non può mancare quella di Carlo". Non chiedeva quella, bellissima, dove era portato in trionfo il giorno dello scudetto dai suoi ragazzi, una delle poche dove sorride. Bensì quella di un amico, sconosciuto ai più, al quale voleva dire grazie. Questo era Bagnoli. Ho voluto ricordare questi particolari per far capire l'uomo, sempre attento al prossimo. Tornando al periodo al Fano, dopo il campionato vinto fu chiamato al Cesena in serie B dal direttore sportivo Pierluigi Cera, ex capitano del Cagliari campione d'Italia e uno degli eroi di Messico 1970. I romagnoli erano una squadra ambiziosa che puntavano al ritorno in A. Qui Bagnoli iniziò un escalation incredibile. Dopo una promozione sfiorata, andò in A l'anno successivo (nel 1981). Contro ogni logica, di carriera, lasciò a malincuore il Cesena ma non per accettare altre offerte allettanti in A che gli erano arrivate, bensì per tornare in B a Verona, dove, come detto, si era stabilito. La famiglia prima di tutto, anche per seguire meglio una figlia non vedente dalla nascita. In molti gli dissero che rischiava di diventare il classico allenatore di categoria, ma lui, da buon milanese, "se ne sbatteva le balle". La sua serie A era Verona al di là in quale categoria giocasse. Quel rimanere in B fu invece la sua fortuna. Con l'amico Mascetti, direttore sportivo e gloria da giocatore dell'Hellas e poi da dirigente, costruì pezzo dopo pezzo la squadra che poi avrebbe vinto contro il parere di tutti lo scudetto nel 1985. Gianni Mura, nella bellissima biografia della quale mi omaggiò nel mio libro, aveva paragonato Bagnoli a un "capoofficina, di quelli che da un cigolio capivano subito il difetto, e sapevano che una moto un po' ammaccata poteva filare come il vento, a darci un occhio di riguardo".

Proprio come un bravo e onesto capo officina, Osvaldo insieme a Mascetti ricostruì mentalmente giocatori ritenuti bruciati dal grande calcio come Garella, che, sotto la guida del mister, fu per diversi anni il miglior portiere italiano, fece sbocciare delle promesse come Antonio Di Gennaro, che diventò il suo regista e poi quella della Nazionale, e trasformò Tricella in un leader silenzioso, portando anche lui in azzurro dove, pur se chiuso da 2 giganti come Scirea e Franco Baresi, riuscì a ritagliarsi un suo spazio.

Dopo un campionato trionfale in B, arrivò la massima serie con 2 campionati sorprendenti. Un quarto posto nel primo anno (1982/83) con un super girone d'andata dove contese il primato alla Roma di Liedholm che poi vinse lo scudetto e una finale di Coppa Italia persa contro la Juventus. Un ottavo posto la stagione seguente con un'altra finale persa di Coppa Italia contro la Roma.

La stagione successiva, campionato 1984/85, sarebbe stata ricordata come la più ricca di campioni che la storia del calcio ricordi. La serie A era il campionato più bello del mondo, ancora di più dell'attuale Premier League. Erano appena sbarcati in Italia: il più grande di sempre, Diego Armando Maradona, Rummenigge, il "dottor" Socrates , Souness e Leo Junior. Ad aspettarli era presente un concentrato di classe: Platini, Boniek, Passarella e i brasiliani Zico, Falcao e Cerezo. Insomma, nel nostro campionato giocavano i migliori del mondo. Per non parlare degli italiani, con in piena attività una splendida generazione di campioni che solo tre stagioni prima aveva vinto i mondiali in Spagna.

Tutta questa opulenza aveva reso il pronostico difficile. Si dividevano i favori della critica: la Juventus (campione uscente ed asso pigliatutto degli ultimi tornei), la Roma (vincitrice due anni prima e recente finalista di Coppa Campioni), il Napoli (all'arrivo di Maradona faceva da contorno una campagna acquisti di primordine con Daniel Bertoni e Bagni), l'Inter, il Milan (dove era tornato Liedholm, fresco dei trionfi romani), la Fiorentina (reduce da ottimi campionati), il Torino (felice per il ritorno in panchina di Gigi Radice) e la Sampdoria (che iniziava a beneficiare dei pesanti e intelligenti investimenti di Paolo Mantovani). Il Verona? Il Verona per tutti avrebbe lottato per una salvezza tranquilla con un occhio più verso il basso che verso l'alto. Il solo Gianfranco Civolani, giornalista e vero buongustaio calcistico (da buon bolognese), sulle pagine del "Guerin Sportivo" aveva avuto il coraggio d'indicare i veneti tra i pretendenti al titolo: "se il Verona non si chiamasse Verona, sarebbe una squadra da scudetto. Quanti giocatori giocano senza palla. Bagnoli è un rebus, dice mezza parola al giorno ma quella mezza parola sembra l'intervento giusto al momento giusto. Il Verona è la squadra più dotata di un disegno strategico e di schemi felicemente ruminati per mesi e mesi". Così scrisse il CIV che c'entrò in pieno il pronostico. Il Verona vinse lo scudetto contro ogni più logica previsione. Fu un trionfo inaspettato? Assolutamente no. Fu figlio della programmazione portata avanti da anni dalla società che seguiva alla lettera le indicazioni del suo allenatore. Un capolavoro che rimarrà nella storia del calcio. Un miracolo paragonabile solo a quello alla vittoria in Premier del Leicester di Claudio Ranieri.

Osvaldo Bagnoli, "il più grande di tutti" per Giulio Giusti

Quel Verona poi giocava un bellissimo calcio. Lo riconobbero i giganti come Brera che lo soprannominò Schopenhauer. I critici superficiali, invece, dicevano che Bagnoli era un difensivista che giocava all'italiana. Giudizio sbagliatissimo. Pur sembrando quanto di più lontano ci potesse essere da un rivoluzionario, Bagnoli lo era. Introdusse la difesa a tre, molto prima del presunto inventore Zaccheroni, e 40 anni prima di quando poi ha preso largamente piede in Italia. Il suo era un calcio velocissimo con un punto di riferimento preciso: la ricerca della porta, il trovare il gol nel modo più veloce possibile. Il gioiello più bello fu chiaramente il Verona dello scudetto. Ma non da meno fu anni dopo il Genoa che sbancò, prima italiana nella storia, Anfield Road, dopo essere arrivato quarto la stagione precedente (1990/91). Bagnoli trasformò i rossoblù, che da decenni non vedevano posizioni di classifica simili e le avrebbero riviste solo anni dopo con Gasperini, allenatore che per certi versi assomiglia a Bagnoli.

Osvaldo fu chiamato quindi dall'Inter, dove prima contese lo scudetto a un Milan stellare dopo un grandissimo recupero e poi conobbe la delusione di un ingiusto esonero la stagione successiva. A quel punto, disse basta e a soli 59 si ritirò dal calcio.

Bagnoli tendeva sempre a sminuirsi, non si atteggiava, nemmeno dopo la vittoria epocale dello scudetto nel 1985. Il suo motto era "el terzin, faccia il terzin. El median, faccia el median", detta rigorosamente in milanese. Era fiero di essere di Milano, senza dirlo però, di una Milano operaia, dell'allora quartiere popolare della Bovisa. Da ragazzino faceva il ceramista la mattina e giocava a pallone il pomeriggio. Quando lo chiamò il Milan il padre non poteva opporsi, era un'occasione troppo grande. "Provaci – gli disse il papà – ma poi torni in fabbrica". Ci provò e ci rimase. Era un grande Milan. I compagni di banco nelle giovanili erano ragazzini che poi avrebbero lasciato il segno nella storia del calcio: Giovanni Trapattoni, Luigi Radice e Pippo Marchioro. Quando poi si affacciò in prima squadra, contribuendo pure alla vittoria dello scudetto nel 1956/57 con 10 presenze (non esistendo all'epoca i cambi non erano poche per un giovane), si abbeverò alla fonte di maestri come Liedholm, Nordahl e Schiaffino, per lui il più grande di tutti. Da questo concentrato di esperienze nacque il Bagnoli allenatore, che prese il meglio da tutti quelli che aveva conosciuto, creando un suo personalissimo calcio.

Ma ciò che lo rese grandissimo, fu, oltre alle vittorie irripetibili, il suo rimanere a Verona anche quando le cose iniziarono a precipitare. Per fedeltà e riconoscenza verso la città rimase anche dopo lo scudetto, rinunciando a offerte ricchissime e blasonate, e affrontò pure la stagione del fallimento con la retrocessione in B, nel 1990, che stava per evitare con un recupero strepitoso nel girone di ritorno. Sarebbe stata un'altra grandissima impresa con una squadra modesta che lui riuscì a sistemare, trovando quello che chiamava "il bandolo della matassa", concetto a lui molto caro. Verona, per questo e per tutto, gli sarà eternamente grata. Ci lascia a 91 anni dopo un periodo di grande sofferenza. La morte lo porta di diritto nella leggenda nel calcio non solo veronese ma anche italiano e mondiale.

Come ha detto Mimmo Volpati, uno dei suoi fedelissimi, poco dopo la scomparsa: "come lui nessuno mai".

Ciao, Osvaldo. Per me sei stato il più grande. 

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