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Amedeo Biavati e Rafael Sansone, i due poeti preferiti di Pier Paolo Pasolini

"Non ho mai visto niente di più bello degli scambi tra Biavati e Sansone" diceva Pasolini, tifosissimo del Bologna. E allora scopriamo chi sono. 

Quando Enzo Biagi gli chiese cosa gli sarebbe piaciuto diventare, senza il cinema e senza la scrittura, Pier Paolo Pasolini rispose sicuro: "Un bravo calciatore. Dopo la letteratura e l'eros, per me il football è uno dei grandi piaceri". Siamo nel 1973, due anni dopo sarebbe morto, ucciso da mani ignote sul litorale romano di Ostia. Cinquant'anni fa.

Di Pasolini e il calcio si è scritto tanto, si sa quasi tutto. Il calcio "come ultima rappresentazione sacra del nostro tempo", il calcio come "sistema di segni". Il calcio giocato al Casarsa Foot Ball Club e poi alla Società Artistico Sportiva Juniors Casarsa da lui fondata, alla Sangiovannese, dove sarà vicepresidente e calciatore, nei campi in periferia di Bologna, lungo i prati dell'Appia Antica, tra i palazzoni di Monteverde Vecchio, a San Benedetto del Tronto per la sua ultima partita. Un calcio che era atto artistico e fisico, ricerca intellettuale e viaggio dentro di sé, ritorno al passato. A dirlo è Dacia Maraini, secondo la quale mentre rincorreva un pallone Pasolini "inseguiva un sé stesso bambino che scappava. Quando giocava, quel bambino prendeva corpo assieme al pallone; quando finiva di giocare, tornava l'adulto inquieto e doloroso che era diventato".

Per provare a indagare, a esplorare e a capire questo rapporto, allora, bisogna tornare alla sua infanzia. Bisogna tornare a Bologna, città dove era nato nel 1922 e dove torna da liceale al Galvani e da universitario all'Alma Mater. Sono anni di formazione, di crescita, di esplorazione. Sono gli anni in cui il calcio entra ancora più prepotentemente nella sua vita: "I pomeriggi che ho passato a giocare a pallone – racconta il poeta nella rubrica Il Caos sul Tempo, gennaio 1969 - sui Prati di Caprara (giocavo anche sei-sette ore di seguito, ininterrottamente: ala destra, allora […] sono stati indubbiamente i più belli della mia vita. Mi viene quasi un nodo alla gola, se ci penso".Gli amici lo chiamano Stukas, come il bombardiere dell'aviazione tedesca. Corre come un dannato, segna come un centravanti.

Nella borsa ha i libri di Tolstoj, Dostoevskij, Shakespeare, i poeti romantici. Negli occhi, nelle gambe e soprattutto nel cuore ha altri artisti, che in quegli anni espongono in quello che poi si chiamerà Stadio Renato Dall'Ara: "Era il Bologna più potente della sua storia: quello di Biavati e Sansone, di Reguzzoni e Andreolo (il re del campo), di Marchesi, di Fedullo e Pagotto. Non ho mai visto niente di più bello degli scambi tra Biavati e Sansone. Che domeniche allo stadio comunale!".

Pasolini e il calcio, un rapporto artistico

E allora fermiamoci un attimo su loro due, su questi due poeti del calcio che aprirono la fantasia di Pasolini. Fermiamoci un attimo su Amedeo Biavati, quattro volte Campione d'Italia con i felsinei, oltre 200 presenze e 58 reti in maglia rossoblu, Campione del Mondo con l'Italia di Pozzo. Fermiamoci su di lui e facciamo parlare proprio il CT azzurro. Facciamolo parlare del suo marchio di fabbrica: il doppio passo. "Biavati è stato l'attaccante che ha portato il passo doppio alla perfezione. Il pubblico ormai lo aspettava, ad ogni sua fuga sulla linea laterale. E lo aspettava anche l'avversario costretto a fronteggiarlo. Ma non c'era niente da fare. A tutta velocità Medeo eseguiva una specie di saltino per aria, sembrava che volesse passare la palla indietro di tacco. Il difensore rallentava un attimo, Biavati lo saltava toccando la palla col secondo piede e se ne andava".

Biavati aveva un problema: aveva i piedi piatti. Giocava con dei plantari fatti a posta per lui e alcuni dicevano che era quello il suo vero segreto. Troppo facile spiegare così quel gesto tecnico, troppo semplice trovare così la spiegazione. Non ci riuscì neanche Gianni Brera, che provò con queste parole a descrivere il "famoso scambietto di Biavati": "La finta di iniziare il dribbling con il destro, teso e poi trattenuto e richiamato con armoniosa sornioneria quando l'avversario ha pensato ormai al sinistro. È una finta elegante, con il difetto di non essere un gesto perentorio: ma proprio per la sua semplicità inganna l'avversario che sta per opporsi in tackle e vi rinuncia, insospettito da questa pausa: allora ne approfitta Biavati per partire e prendere vantaggio".

Un guizzo, un colpo, una beffa alla Boccaccio, un gesto corsaro che non a caso piacque, e tanto, al più corsaro di tutti. "So ancora fare il passo doppio alla Biavati" si vantava Pasolini, parlando a un giornalista. Ma se quel Bologna riuscì a "far tremare tutti" fu anche grazie a un'alchimia particolare, una formula magica trovata dal genio sfortunato Arpad Weisz, che morirà ad Auschwitz, dove figurava anche lui: Raffaele Sansone, il secondo, grande, artista del firmamento di Pasolini.

Biavati, a destra, insieme a Giuseppe Meazza

Se Biavati a Bologna era nato, ci sarebbe cresciuto e ci sarebbe anche morto, Sansone è un bolognese d'adozione. Il passaporto dice che è nato a Montevideo, Uruguay, nel 1910, genitori immigrati, scappati da Vallo della Lucania, in provincia di Salerno. In America avevano trovato la vita che sognavano: il padre lavorava in Borsa, la famiglia stava bene. Rafael, però, oltre a giocare a calcio, nel Penarol, lavora come addetto al carico e scarico merci in un cantiere. Un secondo lavoro che saluterà presto, visto che nel 1931 l'Italia torna nel suo destino. Pedro "Perucho" Petrone, bomber uruguagio della Fiorentina, Campione del Mondo nel 1930, è stato chiaro: a Firenze deve venire anche Sansone, perché nessuno sa passargli la palla meglio di lui. La proposta è di quelle che non si possono rifiutare: 25 mila lire per due anni, più 2.500 lire al mese. Al momento della partenza, però, qualcosa va storto. Il console italiano si avvicina a Sansone, lo prende sottobraccio, lo porta da parte. "Niente Florencia, ma Bolonia: stessi soldi, stesso ingaggio, nessun problema".

"Dissi di sì senza pensarci tanto – racconta il calciatore - Anche se è vero che la prima impressione di Bologna fu choccante e terrificante... Io me la ricordo ancora quella notte d'agosto del '31. Ma in che cavolo di posto sono capitato? Mi chiedevo. Era mezzanotte, il buio, il deserto. Fedullo mi accompagnò alla pensione di via San Vitale. Buio anche in quella strada e poi tutti quei portici che mi fecero pensare di essere capitato nel paese delle streghe. La pensione era al secondo piano, anche le scale erano buie. Fedullo mi disse di dormire e che alle dieci del mattino dopo mi avrebbe fatto conoscere un po' la città. Ma che città poteva mai essere?".

Pasolini intervista i giocatori del Bologna per "Comizi d'amore"

"Scoppia il mondo fuori porta San Vitale" cantava Francesco Guccini. Scoppia anche il cuore di Sansone, quella notte in via San Vitale, mentre prova a dormire tra ansie, paure, tormenti. Un chilometro e mezzo più a est, in via Nosadella, dorme anche Pier Paolo Pasolini. A dividerli c'è tutto il centro pulsante di Bologna: San Petronio, la Fontana del Nettuno, Piazza Maggiore, la Garisenda e degli Asinelli. Proprio qui sotto, la mattina dopo, Sansone si scopre felice: "Cominciai a passeggiare per via San Vitale e vidi che la gente vestiva benissimo e alle Due Torri fui come folgorato. Tutte persone elegantissime, mi pareva che la ricchezza colasse dai muri. Non avevo capito niente, non avevo capito che ero arrivato in paradiso. Fedullo mi portò al Pappagallo a fare una mangiata di quelle da ricordare, tortellini e gallina farcita con dolci vari".

Con il Bologna giocherà 12 campionati, scenderà in campo 289 volte, segnerà 41 gol. Ma soprattutto farà innamorare, insieme a Biavati e agli altri, Pier Paolo Pasolini. Ed è un'eredità che vale più di qualsiasi campionato. 

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