Il Catenaccio - Web Magazine Sportivo
Menu
Post Image

Pippo Marchioro, Sacchi prima di Sacchi

L'allenatore milanese fu un visionario del calcio italiano: zona, psicologia e nuove metodologie prima che diventassero patrimonio di Sacchi. Una carriera segnata da grandi imprese e qualche incomprensione. 

Dopo soli 20 giorni, Giuseppe Marchioro, per tutti Pippo, ha raggiunto il suo amico del cuore Osvaldo Bagnoli. Ci piace immaginarli ora mentre parlano in milanese stretto per commentare il calcio attuale e ripercorrere la loro carriera che ha coperto quasi mezzo secolo tra campo e panchina. Entrambi figli della periferia di Milano, furono compagni di banco nelle giovanili del Milan, avendo nella stessa classe altri personaggi che avrebbero cambiato la storia del calcio: Luigi Radice e Giovanni Trapattoni. Erano tempi che le squadre i ragazzi non li cercavano come ora in continenti lontani. Erano gli anni Cinquanta e il Milan attingeva alle periferie e alla provincia. Marchioro veniva da Affori, Bagnoli dalla Bovisa, Radice da Cesano Maderno e Trapattoni da Cusano Milanino. Pippo era il leader silenzioso, il capitano di quelle giovanili. Il sogno di sfondare nel calcio strappò tutti e quattro a un futuro certo da operaio. Il Milan fu il famoso treno che passa una volta nella vita e loro ci salirono al volo, cambiando le loro vite e da una panchina, ognuno in modo diverso, il calcio italiano. Trapattoni sarebbe diventato l'emblema e l'evoluzione del calcio all'italiana (ma chi lo ha ritenuto un catenacciaro si sbaglia di grosso perché il suo primo periodo alla Juventus e l'anno dei record all'Inter andrebbero studiati), Radice l'esaltazione del pressing con un calcio ultramoderno che seguiva le influenze olandesi, mentre Bagnoli, un genio, avrebbe inventato la terza via tra calcio all'italiana e la zona. E Pippo Marchioro? Era il più rivoluzionario del gruppo, un visionario, bravo ma al tempo stesso sfortunato, capace di grandissime imprese e di pochissimi flop che però lo segnarono a vita. Marchioro fu Sacchi prima di Sacchi. Mentre l'allenatore dei trionfi berlusconiani arrivò nel posto giusto (il Milan) nel momento giusto (i faraonici investimenti del Cavaliere). Marchioro arrivò nel posto giusto (sempre il Milan) nel momento sbagliato (una presidenza strampalata come quella di Duina il "re dei tubi"). Le sue idee rivoluzionarie, la zona quando non lo faceva nessuno, il ricorso allo psicologo e al training autogeno per far rilassare i giocatori, erano troppo acerbe per una piazza come quella rossonera dell'epoca, dove ancora era presente la figura ingombrante del grandissimo Nereo Rocco. In più, fece il gravissimo errore di litigare con Rivera togliendogli la maglia numero 10 per dargli il 7. Un vero sacrilegio. Inoltre, non era ben visto da Gianni Brera, il cui parere influenzava le piazze, che nei suoi articoli disprezzava apertamente il suo ricorso alla zona e l'abiura della marcatura a uomo. A Milano mangiò il classico panettone ma non arrivò alla colomba e neppure alle frittelle di carnevale perché alla fine del girone di andata fu esonerato. O meglio, da gran galantuomo quale era, si dimise perché il presidente Duina voleva affiancargli come direttore tecnico Nereo Rocco. "Non ho bisogno di tutori" rispose, svuotò l'armadietto, salutò tutti e rinunciò a un bel po' di soldi.

Era la stagione 1975/76. Marchioro era arrivato al Milan dal Cesena che aveva portato con un campionato sensazionale al sesto posto (risultato mai raggiunto dai romagnoli nella loro storia), qualificandosi per la Coppa Uefa. Pippo aveva solo 40 anni ed era ritenuto l'astro nascente degli allenatori italiani. Anche perché prima di Cesena aveva fatto faville al Como, portandolo dalla B alla A, lanciando un ragazzo che avrebbe fatto parlare di sé: Marco Tardelli. La carriera da giocatore, invece, non aveva avuto troppi squilli. Dopo la trafila nelle giovanili rossonere, senza avere la soddisfazione di esordire in serie A, fu un onesto girovagare tra molta C e poca B, con un picco a Catanzaro dove raggiunse la finalissima di Coppa Italia nel 1966 poi persa nella finalissima dell'Olimpico contro la Fiorentina. In quell'occasione, Pippo segnò il gol del momentaneo pareggio che portò la sfida contro i viola ai supplementari.

Pippo Marchioro, storico artefice del Cesena in Coppa Uefa

Gli infortuni e la curiosità di sperimentare lo spinsero a 34 anni a provare il mestiere di allenatore. Lo chiamò al Monza in serie C Gigi Radice. "Mi serve un vice" gli disse l'amico. Era l'estate del 1969 e dal nord Europa soffiava il vento del cambiamento che gonfiava idealmente le vele di Gigi e Pippo, che erano accomunati dalla stessa visione del calcio. Quel Monza era uno spettacolo e vinse il campionato. Pippo, però, decise di mettersi in proprio e accettò per due anni la guida del Verbania dove chiamò per dargli una mano il suo amico Bagnoli che stava spendendo gli ultimi spiccioli di carriera. A Verbania lanciò due giovani attaccanti che avrebbero dovuto infiammare i derby della Madunina: Giacomo Libera ed Egidio Calloni, sì, proprio lui lo sciagurato Egidio. Il primo meteora dell'Inter, il secondo qualche gol lo segnò pure nel Milan ma i troppi clamorosi errori sotto porta ne segnarono la carriera. Dopo Verbania altra gavetta ad Alessandria, con una Coppa Italia di C da esporre in bacheca, e poi Como, che, come abbiamo visto, portò trionfalmente in A. Tornado al suo breve periodo al Milan, è curioso ricordare come il suo arrivo aprì il glorioso ciclo di Trapattoni alla Juventus. Prima di lui, infatti, un giovanissimo Trap aveva preso le redini dei rossoneri al posto di Rocco, gravato da problemi di salute. Il Trap andò bene, arrivando terzo nel campionato 1974/75, ma il neopresidente Duina voleva il calcio spettacolo e s'invaghì di Marchioro dopo il suo campionato a Cesena. Trapattoni rimase senza squadra, era incerto se accettare le proposte poco allettanti di Atalanta e Pescara in serie B, quando un'intuizione geniale di Boniperti lo portò alla Juventus. Il resto appartiene agli almanacchi.

Dopo l'esperienza al Milan, la carriera di Marchioro non si fermò. Rifiutò panchine importanti per rifugiarsi nell'adorata Cesena, che, nel frattempo era tornato in B. In Romagna una sola anonima stagione per poi ripartire dalla C (2 anni prima sedeva sulla panchina del Milan), scommettendo sul progetto del Como. Il ritorno sul lago fu clamoroso con una doppia promozione che riportò i lariani in serie A in 2 stagioni, lanciando un certo Pietro Vierchowod. Dopo Como un lungo tour tra A, con un esonero frettoloso ad Avellino, tanta B e C e l'arrivo in un'isola felice come Reggio Emilia, dove riuscì, come a Como, a portare il club dalla C alla A con una doppia promozione e una miracolosa salvezza in A, espugnando il Meazza all'ultima giornata di campionato.

Nel finale di carriera toccò piazze passionali come Genova, sponda rossoblù, e Venezia, incontrando, suo malgrado, presidenti particolari come Spinelli e Zamparini.

La chiusura, per gratitudine e amore, a Cesena, che, intanto, aveva eletto a sua dimora definitiva.

Se ne va un grande innovatore, purtroppo, non capito dalla critica. Un uomo dalla schiena dritta che non ha mai fatto questioni di categoria o di contratto, che si è abbeverato da ragazzo guardando Liedholm e Schiaffino e da giovane uomo ha sognato sulle ali del calcio totale olandese. Fu uno dei primi, con Maestrelli, Radice e Vinicio a proporre il cambiamento nel nostro campionato. Un rivoluzionario mite e gentile che una volta arrivato al Milan disse "La mia squadra giocherà un calcio socialista". 

Eugene non è stato solo un Mondiale, ma il futuro ...
Walter Sabatini la tigre, alla guida dei "Tigrotti...
 

Commenti (0)

  • Non ci sono commenti. Inserisci un commento per primo.

Lascia un commento

Immagine Captcha

Accettando accederai a un servizio fornito da una terza parte esterna a https://il-catenaccio.it/

Like what you see?

Hit the buttons below to follow us, you won't regret it...