C'era un tempo in cui una scrittrice come Anna Maria Ortese parlava di ciclismo, prima donna inviata a seguire il Giro d'Italia.
Una scrittrice al Giro d'Italia, ma soprattutto una donna a parlare di sport. Anna Maria Ortese è stata tante cose: scrittrice, poetessa, Premio Strega, giornalista. La prima donna a seguire la regina delle competizioni italiane della bicicletta. Erano gli anni Cinquanta, la guerra era finita da poco, l'Italia provava a voltare pagina. E se ci riuscì fu anche grazie all'impegno, alla passione, alla visione, alla forza di donne come Anna Maria Ortese.
Oggi, in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne, la ricordiamo con un suo articolo, uscito il 12 giugno del 1955, su L'Europeo. Un articolo che parla di Dolomiti, di biciclette e di Gastone Nencini.
Il bravo ragazzo che stava per vincere
Gastone Nencini si era preso la maglia a Ravenna e l'aveva conservata fino alle Dolomiti. Ma poi era stato staccato dai due campioni, Coppi e Magni
di Anna Maria Ortese
"L'Europeo", anno XI, n. 24, 12 giugno 1955, pagg. 17-18
Una domenica come questa, a Milano, non viene quattro volte al mese, e nemmeno 48 volte l'anno. C'è un'aria dolce, benché il cielo sia velato, e non piove più da stanotte. C'è un'aria d'attesa insolita alle domeniche milanesi. La città è piena, nessuno è fuggito. Aperte le finestre, spalancati i balconi delle case: sui tavoli, ancora ingombri delle tazze del caffellatte, il giornale. Le radio trasmettono piccole canzoni che nessuno ascolta. I volti sono pensierosi e beati, ed è solo a quei grandi fogli, a quei grossi titoli neri che corrono gli sguardi dei ragionieri e delle ragazze, delle massaie e degli adolescenti: «Coppi vince trionfalmente – Magni maglia rosa – Coppi primo – Magni rosa – Coppi e Magni protesi all'attacco per 170 chilometri – Coppi e Magni soli a San Pellegrino», e ancora: «Coppi, sei grande», è sottinteso ovunque. Qualche grammofono attacca anche della musica classica, Franz Schubert, per esempio, il suo dolore radioso. Subito spento. Dovunque, per la città costruita sulle fondamenta del buon senso, regna una felicità soddisfatta, interrotta appena da qualche vago interrogativo. A Porta Ticinese, due scaricatori di chiatte del Naviglio parlavano appoggiati a un'edicola: «Davvero Coppi è grande», disse uno. «Magnifico», disse l'altro. «Ha il diavolo, che so». «Mille diavoli». «Mai morto». «Tu sei contento?». «Diamine». Era "questa" domenica. Col Giro che corre verso Milano, stravolto dalla sorpresa di sabato, tutto mutato, con Fiorenzo Magni e Fausto Coppi in testa, Gastone Nencini riassorbito dalla mediocrità di ogni giorno, non più maglia rosa, non più il campione, non più la scoperta di questo 38° Giro, nulla: ferita la fronte, quieto il piede sul pedale, la mente inerte a Firenze. E, dietro, le macchine della Leo Chlorodont, senza più fretta. Strana domenica di una felicità eccitata, ma niente affatto tranquilla, una gioia poco chiara, furtiva. Il trionfo di Coppi, il valore di Magni entusiasmano senza convincere. Impazziti per obbligo sentimentale, gli italiani non sono realmente allegri. Qualcosa lavora, nel fondo; le sue parole di ieri: «Non sono più campione… Non andrò al Giro di Francia… Corridore qualunque», il suo sorriso acuto, e il viso innocente di Nencini, quel viso trafelato che stentava a contenere lo sbalordimento, la gioia, a cui tutti acclamavano, solo 12 ore prima, quel viso ora piegato, duro, infelice, coperto di sole e di lacrime, che non osa più guardare la folla assiepata lungo le strade di Bergamo, Como, Milano. Certo, dalla "sorpresa" di questa penultima tappa, la Trento - San Pellegrino, la figura di Fausto Coppi è emersa grandissima, e così quella di Magni: ma non è una grandezza calda. Il gioco, legittimo e anche indispensabile, ove l'avversario fosse stato un altro (avvertito, scaltro, adulto), appare rovinato dalla presenza di Nencini. Perché se il torero fa fuori un toro si può parlare di corrida, ma se al posto del toro c'era un puledro, la cosa è diversa. Nencini, che aveva corso tutta l'Italia, a denti stretti, dietro questa maglia, e l'aveva presa a Ravenna e conservata sulle Dolomiti, con un valore di cui, forse, non era lui stesso cosciente, non meritava le imboscate del Giro; le strade che, date per buone, sono tempestate di sassi; gomme leggere al posto di altre più solide; compagni distratti al suo grido, o comunque inadatti all'aiuto; avvertimenti sbagliati. Soprattutto, di fronte a lui, assumono una strana malagrazia lo stesso genio del moto, la formidabile capacità di sbalordire dei suoi grandi avversari. Questa capacità la conoscevamo; questo genio aveva la nostra ammirazione. Improvvisamente, così agitati davanti alla nostra attenzione, ci sembrano inutili. Una regia tanto perfetta (perché si tratta di regia, e delle più consumate) ci delude. Luna Park, il Giro? Alle 5.30 per corso Sempione invaso dalla marea lentissima di gente e di macchine provenienti dal Vigorelli (stampa, carovana, rifornimenti, il Giro s'era disperso in mille rivoli di ruote, manifesti, motori, e il tutto andava Dio sa dove), abbiamo visto passare traballando la Bedford bianca, rossa e blu della Leo Chlorodont.
Per la verità, abbiamo avuto l'impressione di un colpo in fronte, e nello stesso tempo di una musica allegra e infelice che sorge dal suolo. L'avevamo lasciata venerdì sera, a Trento, nel momento che Nencini appariva con gli altri assi su una pista di terra nera, in mezzo a una folla piena di silenzi e di grida, folla turbata che aspettava Aldo Moser e vedeva arrivare Jean Dotto, adorava Coppi e vedeva al suo posto Nencini (e, intanto, Giancarlo Astrua gridava: «Sono cieco!»), in un tumulto sordo, indicibile. C'era luce, in cielo, giallo e celeste sulla terra e le case che già impallidivano, e luce, canti, gioia nella vecchia carrozza della squadra vittoriosa. Quella carrozza cantava come avesse dentro un carillon, davvero, e in quel carillon si distingueva la voce commossa di Nencini, le allegre grida di Pasquale Fornara, Eugenio Bertoglio, i comandi secchi e la trepidazione affettuosa di Domenico Piemontesi, e c'erano anche i discorsi, l'interminabile chiacchierio di Aurelio Morellato e Tarcisio Vergani, il massaggiatore. Era andata bene, dopo un giorno terribile, anzi, dopo due giorni di cui quello peggiore aveva rappresentato la conclusione. Ci eravamo trovate di fronte, giovedì mattina, le montagne, e quali montagne, dopo le lunghe spiagge del Sud, il caldo e la luce celeste di Viareggio, Napoli, Ancona. Là, su quelle muraglie che toccavano il cielo, l'inverno. Le Alpi, la mattina di giovedì, quando il Giro si apprestava a salutare Trieste, facevano paura. Pallide, si perdevano nelle nuvole. Non ne veniva suono, se non quello disperso del vento. Il lungo corteo delle macchine, dopo una deviazione dovuta a una frana caduta nella notte (e, nella notte, era anche nevicato a Cortina, così si raccontava), si era lasciata alle spalle Trieste. Non spirava vento allegro tra i corridori. Molti non guardavano, altri, se gettavano un'occhiata lassù, s'incupivano. Ecco Sistiana, e le prime zone del Carso, e Monfalcone, e il Timavo, e più in là Gorizia, Udine. A Udine, il cielo nero di pioggia precedeva, velandolo, il Passo della Mauria, Valle di Cadore, San Vito di Cadore, Ampezzo. Ad Ampezzo, dove si giunse verso il tramonto, la meraviglia era questa: salvo la vittoria di Angelo Conterno, della Torpado, arrivato primo battendo in volata sette compagni di fuga, non era accaduto nulla. Coppi si era limitato a dire che rimandava tutto a domani. L'indomani, quel memorabile venerdì, tutti sanno cosa accadde. Coppi si lasciò prendere da Nencini. Tentò deboli fughe, rassegnate difese. Lo affiancammo una volta, al bordo di una vallata: pedalava leggero, con la sua semplicità formidabile, e uno sguardo non offuscato da nulla, diremmo contento se non fosse stato al solito così serio e controllato. Con un piede, come giocando, sfiorava fiori gialli e lunghi fili d'erba. Quella notte, a Trento, nessuno dormì. Si rivedevano le cime orrende, i precipizi fondi più del mare, le strade come lacci di seta gettati intorno alle dure rocce; e la pioggia e il nevischio, le nuvole e il sole, i fiori che coprivano le valli e la roccia grigia e rossa e i cupi fianchi dei monti. Come in un sogno si sentiva parlare del tempo e il suo volo. Coppi finito. Magni al termine. Nencini che sale. Nencini, nella sua stanza d'albergo, era pazzo di gioia; si sottometteva alle cure del massaggiatore senza vederlo. Contemplava, appoggiata su una sedia, la sua maglia rosa. Campione. Da oggi il suo nome in Italia. E a Firenze! Volti amati gli ballavano intorno. Rideva e parlava fitto e sognava con i lucidi occhi aperti. «Vergani!». «Parla!». «Ho la maglia rosa». «Se fossi in te, cercherei di star calmo». «Calmo! Sono calmo». «E sarei prudente». «Perché prudente?». «Così, per fare qualcosa». «Coppi era davvero sofferente». «E anche Magni. Come il gatto vicino al topo». «Come?». Gli occhi di Nencini splendevano. Non aveva sentito niente. Neanche Coppi e Magni, in un altro albergo di Trento, avevano sentito niente. Riposavano tranquillissimi, un po' stanchi, con gli occhi socchiusi. E la folla, fuori, in un suono cupo: «Coppi! Magni!» e, più debolmente: «Nencini!». Soltanto quando i due campioni, nelle prime ore del pomeriggio seguente, cominciarono a correre davanti a lui, staccandolo, in quel loro modo silenzioso e fantastico, che li faceva rassomigliare a miraggi, il ragazzo della Leo vide chiaro. Corse, chiamò, dovette fermarsi per una foratura, riprese a correre, cadde, stordito, pazzo di dolore chiamava ancora. Rispondevano da lontano, coi loro evviva, le folle; gente si abbracciava al passaggio dei due campioni; ragazzi si rotolavano a terra. Donne singhiozzavano beate. Loro due, senza più molta fretta, sorridendo, continuavano a pedalare. In questo modo, col trionfo dei vecchi idoli, e il pianto di Gastone Nencini che aveva vinto inutilmente le orrende Dolomiti, e addosso non aveva più la sua maglia rosa (non era stato vero nulla, salvo la disumana fatica), il Giro è finito. Milano ha reso giusti onori a tutti, e anche il ragazzo fortissimo e candido è stato a lungo acclamato, ma non sorrideva; sembrava, per la prima volta, pensare cose più grandi, più misteriose del Giro. E anche la Bedford bianca, rossa e blu, mentre percorreva adagio corso Sempione illuminato dalle nubi dorate di giugno, sembrava pensasse, e scricchiolasse di pena: e allegra, certo, non era più




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