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Renato Casalbore non è morto, è inviato speciale

Fondatore di Tuttosport, partigiano, pioniere dell'aviazione e maestro di giornalismo: la storia di Renato Casalbore è quella di un inviato speciale per sempre. 

"Domani i campioni partono per Lisbona. Partono a cuore leggero". Termina così l'ultima cronaca su Tuttosport di Renato Casalbore, che del giornale sportivo è fondatore e direttore. Parlava del pareggio appena strappato dall'Inter al Grande Torino. Era il maggio 1949, lo scudetto, il quinto di fila, era ad un passo.

C'era anche lui sul maledetto aereo di Superga, insieme a Renato Tosatti, della Gazzetta del Popolo, e Luigi Cavallero, de La Nuova Stampa. Avrebbe dovuto esserci anche Nicolò Carosio, l'uomo della radiocronaca, ma per la cresima del figlio non potè partire. A Renato glielo dice nella hall dell'Hotel Touring, davanti ad un bicchiere di cognac, "che fa sempre bene, scalda i cuori", secondo il fondatore di Tuttosport.

Salernitano, del 1891, si era formato alla scuola napoletana nata intorno a Scarfoglio. A Torino arrivò nel 1912, per lavorare prima come impiegato a La Stampa, poi per scrivere su la Stampa Sportiva, di Gustavo Verona, tra i primi lenzuoli tematici d'Italia, e successivamente per ricoprire il ruolo di segretario di redazione allo Sport del Popolo. Una grande passione per i motori, pioniere dell'aviazione, era sposato e aveva una bambina. Negli anni 40 abbandonò la Gazzetta del Popolo, lo chiamava la Resistenza. Divenne partigiano per la 5° Divisione Giustizia e Libertà "Val Pellice", agli ordini di Riccardo Vanzetti prima e Paoluccio Favout poi.

Fu nel dopoguerra che gli venne l'idea di fondare Tuttosport, dove non si limitava a dirigere, a organizzare. Ma continuava a scrivere, a mandare i suoi resoconti, a fare la cronaca di partite, gare, discese con lo stesso stile veloce e vivo. Ad affiancarlo, in questa nuova avventura che da settimanale diventa quotidiano, c'è Carlo Bergoglio, che Aldo Biscardi vorrebbe cugino di Papa Francesco.

La prima pagina di Tuttosport dedicata a Casalbore

Renato Casalbore conquista tutti con quel suo fare distinto, signorile, garbato. Innamorato del Torino, che aveva gli stessi colori che sarebbero stati della sua Salernitana, amò anche la Juventus, di cui scrisse: "Nessuna società è tanto aderente alla sua squadra come la Juventus: probità, tenacia, scaltrezza, soprattutto serietà. Una società e non un luogo di ritrovo: ognuno per il suo conto, tutti per la 'Juventus'. I giocatori arrivarono alla 'Juventus' col bagaglio dei loro difetti e delle loro virtù: dopo due mesi sono livellati. La 'Juventus' che non fabbrica in serie gli atleti ne fa dei giocatori di serie". Usava la penna nello stesso modo in cui salutava, con lo stesso rispetto. Scriveva di sport, motori e calcio, ma anche ciclismo, con la stessa brillantezza con cui beveva un cognac.

E proprio dal cognac eravamo partiti. Quel bicchiere all'Hotel Touring insieme al collega Carosio e al capitano del Torino, Valentino Mazzola. Il centrocampista e attaccante granata non è al meglio, ha la febbre, ma decide di partire lo stesso. L'ha chiamato Francisco Ferreira, capitano del Benfica, l'amichevole era stata organizzata per lui.

Come Renato Casalbore, che sorseggia il cognac con il passaporto e il biglietto dell'aereo in tasca. Di lui non resta solo un piazzale nella sua Salerno, davanti allo Stadio Donato Vestuti, e un giornale. Di lui resta soprattutto un sogno: raccontare lo sport, raccontare il calcio. E quello non lo può spezzare nessuna tragedia. 

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