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L'arte, la pallacanestro e i sogni di Francisco Gomez Martinez, spezzati dalla strage di Bologna

Tra le 85 vittime della strage di Bologna c'è Francisco Gomez Martinez, un ragazzo appassionato di arte e di pallacanestro. Questa è la sua storia.  

L'orologio della stazione di Bologna segna ancora, e segnerà per sempre, le 10.25. L'ora fatidica di quel 2 agosto 1980, l'ora della strage, in cui persero la vita 85 persone. L'ora del più grande, del più tremendo attentato terroristico della storia italiana. Un attentato neofascista.

Angela Fresu la vittima più giovane, aveva appena 3 anni, era alla stazione con sua mamma, Maria, e altre due amiche. Andavano in vacanza sul lago di Garda. Antonio Montanari, 86 anni, il più anziano. Era andato alla stazione delle corriere per informarsi sugli orari: voleva tornare a Santa Maria Codifiume, paesino del ferrarese dove era nato lui e tutta la sua famiglia, la moglie e i due figli. Aspettava l'autobus sul marciapiede, l'aveva perso per un soffio.

Tra le 85 vittime c'era chi veniva dal Giappone, dalla Germania, dalla Francia, dal Regno Unito, dalla Spagna. Spagnolo era Francisco Gomez Martinez, per tutti Paco, che all'epoca della strage di Bologna aveva 23 anni. Era contabile in un'azienda tessile di Sentmenat, piccolo paesino vicino a Barcellona, dove era nato e dove viveva con la mamma Carmen le due sorelle, Josefa e Rosa. Lavorava da quando aveva 16 anni, per portare un po' di soldi a casa. Altri li metteva da parte per viaggiare, la sua grande passione. L'altra era la pallacanestro, lo sport che amava e che praticava non appena staccava da lavoro.

Non aveva potuto studiare Francisco, ma amava leggere, voleva documentarsi, imparare. Lo attirava soprattutto l'arte, per questo quel lontano 1980 aveva deciso di partire per scoprire l'Italia e magari arrivare fino in Grecia. Era partito il 29 luglio, in treno, dove aveva conosciuto un altro ragazzo catalano. Con lui decide di fermarsi a Bologna, per qualche giorno. Il 2 agosto sono di nuovo in stazione, nella sala d'attesa: aspettano un treno che li avrebbe portati a Rimini. Intanto Francisco Martinez legge e scrive. Scrive una lettera alla fidanzata, immagina le vacanze dell'anno successivo, finalmente insieme. Vacanze che rimarranno solo un sogno, fissato su un pezzo di carta.

L'esplosione lo travolge, l'amico invece si salva. Sarà uno dei 200 feriti della strage di Bologna. Il Consolato spagnolo in Italia informa subito la famiglia di Francisco, vogliono partire subito, devono partire subito per il riconoscimento. Ma il viaggio costa. Ci pensa la comunità di Sentmenat a raccogliere i soldi, la comunità alla quale Francisco aveva dato tanto, la comunità in cui era cresciuto.

Su di lui provano anche a gettare fango. Il terrorista neofascista e fondatore di Avanguardia Nazionale, Stefano Delle Chiaie, in un'intervista rilasciata a El Meridiano prova a depistare. Uno dei tanti tentativi di depistaggio: "Tra i cadaveri, furono rinvenuti i corpi di due estremisti di sinistra: uno spagnolo, con falsa identità, tale Martinez ed un italiano che, secondo sue precedenti affermazioni avrebbe dovuto trovarsi a Londra, mentre è stato identificato dalla famiglia. Questa pista non è mai stata presa in considerazione". Mai presa in considerazione perché inesistente. Da subito, invece, le indagini guardarono alla matrice neofascista. La sentenza finale arrivò solo nel 1995, con la condanna di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, seguita nel 2007 da quella di Luigi Ciavardini e infine nel 2020 da quella di Gilberto Cavallini. Tutti esponenti dei NAR, i Nuclei Armati Rivoluzionari, orchestrati, come si legge qui, da Paolo Bellini su mandato di Licio Gelli, Umberto Ortolani, Federico Umberto D'Amato e Mario Tedeschi.

Un attentato neofascista che si inseriva nella più ampia strategia della tensione che in quegli anni infiammava e insanguinava l'Italia. Una strategia che aveva il preciso obiettivo di spaventare, di intimorire, di uccidere. E di spezzare sogni e speranze di chiunque trovava sul suo cammino. 

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Ciao Celeste
 

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