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Non ho mai visto giocare Di Bartolomei

C'è una parola tedesca che è intraducibile in italiano. è "Fernweh" e, letteralmente, significa "nostalgia per un posto in cui non si è mai stati". Un luogo fisico, una città, una via, uno scorcio. Un luogo dell'anima, dei sogni. Ogni volta che si parla di Agostino Di Bartolomei provo nostalgia, nostalgia di un'epoca mai vissuta, di una Roma non conosciuta, di un calciatore mai visto. Sono nato venti giorni prima di quel 30 maggio di Castellabate. Non ho mai visto giocare Di Bartolomei. E provo invidia a sentire raccontare certe cose. Provo nostalgia per quel calcio senza creste e tatuaggi, senza nomi sulla maglia. Ma si può essere gelosi di una cosa che non ti appartiene?

Che cos'è Di Bartolomei per chi non l'ha mai visto giocare? Un simbolo innanzitutto. Un punto di riferimento in un, neanche troppo immaginario, firmamento di campioni. Non ho mai sentito parlare Agostino, non l'ho mai visto. Ma me lo immagino silenzioso, quasi timido. Mi piacerebbe essere così, non dover parlare per forza, non dover aprire la bocca ad ogni costo. Vorrei essere come Agostino, capace di dare qualcosa per scontato. A sussurrare quando tutti urlano, a strillare quando serve, a rispondere davvero quando ti chiedono qualcosa. "In porto sicuramente, vediamo di arrivarci col vessillo". Agostino è un vessillo. Sai che è lì. Me lo immagino leggero, sincero, vero. "Faccio uno dei più bei lavori del mondo perchè ti diverti lavorando, ti danno i soldi per divertirti".

Vorrei saper esultare come Agostino. Una corsa, un abbraccio con i compagni, un cazzotto al cielo. Quel cielo a cui, a volte, bisogna anche inginocchiarsi, magari con entrambi i pugni in alto. Sempre dopo un gol. Niente isterismi, magliette, orecchie.

"Oggi che essere serio è quasi una tara, oggi che molti calciatori hanno più tatuaggi che idee" scriveva Gianni Mura, appena un anno fa, proprio su Agostino. Paragonandolo, qualche riga più in basso al "profumo del pane fresco, la mattina presto". Qualcosa che ti rimanda al senso di dovere, di quotidianità, di casa, di buono.

Leggendo il suo manuale di calcio, mi immagino un Di Bartolomei minuzioso, fissato, quasi ossessivo, ma non rigido, severo. Ogni volta che, dopo un allenamento o una partita, mi asciugavo dopo la doccia facevo particolare attenzione alle dita dei piedi. Lo aveva scritto lui, nei suoi appunti di educazione calcistica. Lì micosi e batteri avrebbero attaccato con più facilità. Meglio passarci due volte.

Per me Di Bartolomei è una maglia senza nome, l'essere al posto dell'apparire, la fascia da capitano bianca, candida, senza peccato, data al leader silenzioso. Quello che non ti sbrocca davanti a tutti per metterti in ridicolo, ma che ti consiglia per non sbagliare più.

Si può allora essere gelosi di tutto questo? No, Agostino appartiene a tutti. Ai tifosi della Roma e ai tifosi di calcio. Si può essere gelosi anche di una cosa mai vissuta. Non ho mai visto giocare Di Bartolomei. Ma in un mondo in cui siamo tutti con il numero 10 sulla schiena, e poi sbagliamo i rigori, so che in fondo, non è mica da questi particolari che si giudica un giocatore. E se quei rigori, nella metafora calcistica della vita, sono le occasioni da concretizzare, la svolta sperata, allora vorrei batterli come Di Bartolomei. Una botta secca, precisa, forte. Come Ago, che non ho mai visto giocare. 

Ho visto Josè
Lamberto Rinaldi
 

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