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La strage mancata all'Olimpico e l'ombra dei mandanti esterni: il calcio, la mafia e l'Italia del 1994

Il 23 gennaio 1994 una bomba di Cosa Nostra poteva trasformare Roma-Udinese nella più grande strage della storia mafiosa. L'attentato fallì, ma le domande sui mandanti esterni e sulla strategia stragista restano aperte. 

Roma, domenica 23 gennaio 1994. Allo Stadio Olimpico è in programma Roma-Udinese. Quasi 44mila tifosi affollano gli spalti, mentre all'esterno un presidio di carabinieri controlla gli ingressi. È una giornata di calcio come tante, e nessuno può immaginare che, a pochi metri dallo stadio, la storia d'Italia sta per sfiorare uno dei suoi punti più bui.

In viale dei Gladiatori, proprio davanti a uno degli accessi dell'Olimpico, è parcheggiata una Lancia Thema imbottita di esplosivo e tondini di ferro. L'ordine è chiaro: farla saltare in aria. A premere il telecomando dovrebbe essere Gaspare Spatuzza, uomo di fiducia dei fratelli Graviano e futuro collaboratore di giustizia. Se l'attentato fosse riuscito, sarebbe stata la più grande strage mafiosa mai tentata in Italia, con un bilancio potenzialmente devastante.

Ma qualcosa va storto. Il telecomando non funziona. Dopo tentativi e concitazione, si decide di non procedere. «Dovevamo fare qualcosa che neanche i talebani hanno mai fatto», racconterà anni dopo Spatuzza. La strage salta. E, fatto forse ancora più inquietante, non verrà mai ripetuta come inizialmente previsto.

Da quel momento, l'attentato mancato dell'Olimpico diventa uno dei grandi buchi neri della storia repubblicana. Perché fermarsi proprio lì? Chi decise che non era più necessario colpire?

Le domande sui cosiddetti "mandanti esterni" della strategia stragista del 1993-1994 restano ancora oggi senza risposta definitiva. Un disegno che, secondo diverse ricostruzioni giudiziarie, mirava a destabilizzare il Paese per poi "stabilizzarlo" politicamente. Le stragi di Firenze, Milano e Roma avrebbero avuto l'obiettivo di indebolire il governo Ciampi, diffondere panico e paura e creare le condizioni per una nuova fase politica.

In questo quadro si inserisce l'inchiesta della procura di Firenze, avviata dai magistrati Luca Turco e Luca Tescaroli, oggi procuratore a Prato. Un'indagine che ha visto tra gli indagati Marcello Dell'Utri e che, fino alla morte, ha riguardato anche Silvio Berlusconi. Secondo l'accusa, Dell'Utri avrebbe sollecitato i fratelli Graviano a organizzare e proseguire la campagna stragista per favorire l'affermazione politica di Forza Italia.

Un'ipotesi, si legge su WikiMafia, rafforzata dai racconti di Giuseppe Graviano, che colloca un passaggio chiave il 21 gennaio 1994, al bar Doney di Roma. In quell'incontro, Graviano avrebbe confidato a un suo uomo di aver «ottenuto tutto quello che cercavamo», parlando esplicitamente di benefici futuri e facendo i nomi di Berlusconi e Dell'Utri: «Grazie a loro ci eravamo messi addirittura il Paese nelle mani. Per Paese intendo l'Italia».

Negli stessi giorni, la DIA accerta che Marcello Dell'Utri alloggiava a poche centinaia di metri dal bar Doney, all'Hotel Majestic, dove stava preparando il debutto politico di Forza Italia. Una presenza che colpisce anche gli investigatori, insieme ai racconti dei dipendenti dell'hotel, che riferiranno di incontri frequenti con persone di "chiara provenienza calabrese e siciliana".

Il 26 gennaio 1994, tre giorni dopo la strage mancata dell'Olimpico, i fratelli Graviano vengono arrestati a Milano. Con loro avrebbe dovuto esserci anche Matteo Messina Denaro, che all'ultimo momento sceglie invece di riparare in Svizzera. Anni dopo, durante il processo sulla 'ndrangheta stragista, Giuseppe Graviano lancerà un messaggio esplicito: «Indagate sul mio arresto e scoprirete chi sono i veri mandanti delle stragi».

Trent'anni dopo, quella domenica di calcio resta una linea invisibile tra ciò che è accaduto e ciò che avrebbe potuto accadere. Un attentato fallito per un guasto tecnico, ma capace ancora oggi di interrogare la coscienza civile e democratica del Paese.

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