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Calcio e autismo, quando il gioco diventa futuro: la storia dell'Accademia sostenuta dalla Roma e oggi podcast

Dieci anni di calcio integrato, inclusione reale e nuove opportunità di lavoro: l'esperienza dell'Accademia raccontata anche in "Chiamami mister" 

Da un lato lo sport di squadra per eccellenza, fatto di linguaggio condiviso, relazioni, spazi da occupare e leggere in pochi istanti. Dall'altro una condizione che nell'immaginario collettivo viene ancora associata all'isolamento e alla difficoltà di interazione. Eppure, a Roma, qualcuno ha deciso di sfidare questa distanza e di farlo con pazienza, metodo e visione.

Lo ha raccontato in questo articolo Valerio Piccioni, per Domani. Ed è uno di quei racconti capaci di ribaltare i luoghi comuni, partendo da due parole che, istintivamente, sembrano inconciliabili: calcio e autismo.

Dieci anni di Accademia di calcio integrato


Era il 2015 quando nasce l'Accademia di calcio integrato, un progetto che inizialmente doveva durare pochi mesi e che oggi festeggia dieci anni di attività. I bambini di allora sono diventati maggiorenni, e il percorso si è trasformato in qualcosa di molto più ambizioso. L'idea porta la firma di Patrizia Minocchi, Maresa Bavota e Alberto Cei, ed è stata sostenuta fin dall'inizio dall'AS Roma, che ha creduto in un modello innovativo di inclusione attraverso lo sport.

Non una semplice favola, ma un viaggio complesso, fatto anche di difficoltà, errori, aggiustamenti continui. Proprio per questo autentico. Il calcio diventa uno strumento educativo, non un fine: linguaggio concreto, nessuna pressione, esercizi ripetuti, adattamenti presi anche da altri sport. Dalle prime attività con la palla si arriva gradualmente a partite cinque contro cinque o otto contro otto, fino a giocare insieme ai calciatori e alle calciatrici della Roma.

Dal "giocare" al "dopo di noi"

Il punto di svolta, forse il più importante, riguarda il futuro. L'Accademia non si è fermata all'inclusione sul campo, ma ha iniziato a lavorare sul cosiddetto "dopo di noi". Alcuni ragazzi, crescendo, hanno potuto immaginare un ruolo attivo nello sport: diventare assistenti istruttori, accumulare oltre duemila ore di esperienza pratica, sostenere un esame vero e proprio. E arrivare a dire, con orgoglio: «Mi sono spinto da solo».

È un cambio di prospettiva radicale: non più attività "occupazionale", ma formazione, lavoro, autonomia.

Il calcio come eccezione (e scommessa vinta)


Nel panorama dello sport e dell'autismo esistono esempi importanti, dall'atletica alla scherma fino all'arrampicata sportiva, oppure il rugby, come avevamo raccontato qui. Ma il calcio resta un'eccezione. Proprio perché è complesso, collettivo, imprevedibile. Ed è per questo che il valore dell'Accademia di calcio integrato è ancora più forte: dimostra che anche il gioco più difficile può diventare spazio di crescita.

E questa esperienza oggi è anche un podcast. Si intitola "Chiamami mister", è distribuito da Fandango ed è costruito attraverso le voci dei ragazzi, delle famiglie e degli operatori. Un racconto senza retorica, che restituisce il senso profondo del progetto: non avvicinare forzatamente due mondi, ma farli convivere davvero.

Calcio e autismo, insieme. Non come slogan, ma come possibilità concreta di futuro. 

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