Le parole di Beppe Riso sul futuro di Gianluca Mancini raccontano un sistema in cui gli agenti influenzano sempre di più mercato, scelte tecniche e strategie dei club. Un modello che nessuno sembra avere interesse a cambiare.
Ieri pomeriggio, mentre l'Italia del pallone seguiva il teatrino di Malagò, Mancini e Ranieri e il Times riportava la notizia di Infantino che vuole vendere quote della Coppa del Mondo a investitori privati, sono arrivate altre parole interessanti per capire cos'è oggi il calcio.
Sono le parole di Beppe Riso, procuratore, tra gli altri, di Gianluca Mancini e Bryan Cristante, freschi di rinnovo con la Roma. «Il mio piano era che Mancini lasciasse la Roma. Volevo venderlo, visto che avevamo ricevuto proposte ricche e importanti» ha detto, sorridendo, ai microfoni di FcInter1908.it. «Mancini ama la Roma e voleva restare. Gasperini e d'Amico sono stati più bravi di me a convincerlo».
Sono passate così, in sordina, confuse tra il caos mediatico di una giornata assurda. Ma meritano una riflessione, perché sono il perfetto simbolo del calcio italiano, lo stesso che in queste ore ha prodotto il tragicomico psicodramma di Maldini, Leonardo e Mancini, di rivoluzioni richieste e mai avvenute, di cambiamenti alla Gattopardo, di progetti che esistono solo a parole perché, in realtà, non li vuole fare nessuno.
Perché? Perché non conviene.
Perché il sistema funziona alla perfezione così, a pensarci bene. Un calcio in mano ai procuratori. Che decidono, muovono, spostano. Chiamano, consigliano, suggeriscono. Fanno convocare in Nazionale in cambio di favori, di bustarelle, di contratti.
Lo aveva denunciato Federico Mangiameli, 21 anni, che la scorsa estate ha lasciato il calcio professionistico dopo aver giocato nelle giovanili di Milan, Bologna e Torino: «Solo chi ha vissuto quel mondo può capire lo schifo che c'è dietro. Procuratori che portano calciatori dalla Promozione alla Serie C grazie a una busta da 50 mila euro».
Vuoi un allenamento a settimana con la prima squadra? C'è un prezzo. Vuoi un esordio in Serie A? Ecco la parcella. Punti alla Nazionale? Non c'è problema. Un circolo vizioso che parte dalle categorie inferiori, dalle giovanili, e arriva fino ai vertici del sistema.
Sono loro, i procuratori, i grandi protagonisti del calciomercato, ma non solo. Sono i protagonisti dei campionati, delle scelte tecniche e societarie, degli indirizzi progettuali e, quindi, spesso, dei risultati in campo.
Beppe Riso, ad esempio, portò Ivan Juric sulla panchina della Roma dopo l'esonero di Daniele De Rossi, con risultati disastrosi. Ma basti pensare all'impero di Jorge Mendes, che in questi giorni ha portato Gonçalo Ramos a Milano promettendo un grande incasso per la partenza di Leão.
Sono loro i padroni del calcio. E a dirlo sono i numeri: la FIGC ha reso noti i compensi dei procuratori sportivi per l'anno 2025 nel massimo campionato italiano, con 249,4 milioni di euro complessivi e una crescita del 10% rispetto all'anno precedente.
La Juventus ha versato 32 milioni di euro nelle tasche degli agenti, tra commissioni per acquisti e cessioni, ma anche premi per i rinnovi di contratto. Il Napoli ha speso 24 milioni, il Como 15 milioni (+153% rispetto al 2024), a conferma di come, per competere a certi livelli, si debba inevitabilmente passare dagli intermediari.
La Roma ha speso 20,7 milioni di euro (+21% rispetto al 2024).
E torniamo alle parole di Beppe Riso, allora. «Volevo venderlo». Come se fosse lui a decidere. Come se fosse più importante del giocatore, dell'allenatore, della squadra, della società. Della Roma stessa.
Stava facendo il suo lavoro, certo: cercare un ingaggio più alto per il suo assistito e, soprattutto, per sé stesso. Oppure erano dichiarazioni calcolate, di facciata, recitate e studiate per aumentare l'indice di gradimento del difensore, che, vista anche l'ultima stagione, non sembra avere bisogno di operazioni di questo tipo.
Sono attenuanti che non cambiano il senso del discorso. Anzi, sono la dimostrazione di come funzioni oggi il sistema calcio. Un sistema che nessuno vuole cambiare perché, in fondo, va bene così.



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