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Reggersi agli appositi sogni

Il racconto di una notte all'Olimpico, per Roma Atalanta, tra il silenzio prima del gol di Soulé, il boato dei tifosi e quei sogni che, per una volta, sono diventati realtà. 

C'è stato un momento, prima del gol di Mati Soulé, in cui lo stadio ha trattenuto il fiato. 70 mila persone che fanno silenzio, si tengono forte, si aggrappano a chi hanno accanto. Non è per paura e neanche solo per prepararsi a quello che può succedere. È per restare con i piedi per terra, prima che la Roma sovverta anche le leggi della gravità e ci faccia ritrovare in aria, senza un motivo apparente. Mi viene in mente una foto, vista da qualche parte sul web. È una targhetta sul pullman, un messaggio ai passeggeri, a cui però sono cadute alcune lettere: "Durante la marcia reggersi agli appositi sostegni" diventa "durante la marcia reggersi agli appositi sogni".

Vale per qualsiasi viaggio, che duri qualche ora, qualche chilometro, 34 partite o 90 minuti. Reggersi agli appositi sogni, per capire se è tutto vero oppure no, se ce lo siamo inventati, se ce lo siamo sognati. E infatti dopo, subito dopo il gol, ti devi scuotere, ti devi abbracciare, devi essere sicuro che chi ti è accanto è vivo, è sveglio, è lì con te. Ho fatto un corso di formazione, ieri mattina, di primo soccorso. Tra le prime cose da fare, in caso di emergenza, c'è appurare lo stato di coscienza della persona a terra. Ci hanno detto di muoverla per le spalle, chiamarla, chiedere se ci sente. Io avrei detto una cosa: "Ha segnato la Roma". Secondo me avrebbe risvegliato chiunque. Parola magica, formula taumaturgica. Incantesimo che avvera.

Per farlo come si deve, però, si deve trattenere il fiato. Come lo Stadio Olimpico, ieri sera. Ritornato in vita al gol di Hermoso e deciso a completare il viaggio. C'è stato un momento in cui mi hanno fatto male le orecchie, come quando c'è la musica troppo forte, una musica fatta da centomila voci che ti ha fatto innamorà. C'è stato un momento in cui cantavi ma non sentivi la tua voce. E allora sembrava un sogno davvero. Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso. Sognai talmente forte che persi la voce.

E più canti e più la Roma attacca, e più strilli più la Roma spinge. Ma niente, non segna. Il tempo passa, il cronometro corre. È finita, c'è poco da fare. Ti eri illuso come sempre, ti eri fomentato senza ragione. Ritorna l'incubo degli scontri diretti, l'incubo dei 40 tiri in porta e solo 1 gol. Ma non c'era spazio per gli incubi ieri sera.

E così, a un tratto, il silenzio. Un pallone che parte da Molina, passa per i piedi di Cristante, di Ghilardi, di Balerdi, di Wesley, di Koné, di Castro, di Dybala. Lo toccano quasi tutti quel pallone, forse per convincersi anche loro che sia vero. Per accompagnarlo. Un pallone che finisce tra i piedi di Soulé e poi finisce in fondo alla rete. Prima, però, c'è un attimo di silenzio. L'attimo prima della tempesta, l'istante prima del paradiso. Quello in cui reggersi agli appositi sogni. Prima che i sogni diventino realtà. 

Durante la marcia reggersi agli appositi sogni. O anche durante una partita della Roma.

3 cose da Roma Fiorentina
 

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