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Bernardeschi e la libertà di essere sé stessi: il calcio ha bisogno di più inclusione

Il fantasista del Bologna racconta senza filtri il suo rapporto con i pregiudizi e l'importanza di non avere paura di mostrarsi per ciò che si è. Un messaggio che va oltre il campo e parla di rispetto, libertà e inclusione. 

Federico Bernardeschi ha deciso di mettersi a nudo e l'ha fatto davanti a un microfono. Ospite del podcast Bsmt di Gianluca Gazzoli, il nuovo giocatore del Bologna ha affrontato non solo temi legati alla sua carriera, ma anche aspetti personali che raramente emergono nelle interviste di un calciatore professionista.

Tra questi, un episodio che lo ha segnato da giovane e che oggi diventa occasione per lanciare un messaggio di libertà: «Dodici anni fa ho indossato la gonna e che problema c'è? Se mi piace, la metto. Hanno iniziato a dire che fossi gay. E se lo fossi? Cosa me ne frega? Non lo dico? Anzi, ne andrei fiero. Chapeau per chi ha fatto coming out. In questo mondo credo che ognuno sia libero di fare quello che vuole».

Parole che pesano, soprattutto in un ambiente come quello calcistico, ancora spesso intriso di stereotipi e discriminazioni. Bernardeschi non si limita a raccontare un episodio personale, ma mette in luce quanto il giudizio degli altri possa ferire: «Allora però avevo 20 anni e leggere quelle parole mi ha fatto male, ne ho sofferto. Credo che in generale ci si debba sempre domandare se il pensiero che hanno gli altri di noi sia davvero così importante nella nostra vita».

Un messaggio che rompe i tabù di uno sport dove il coming out resta un'eccezione rara, soprattutto tra i giocatori in attività (in Italia l'unico calciatore apertamente omosessuale è stato Jakob Jankto, fino allo scorso anno al Cagliari). Il riconoscimento pubblico di Bernardeschi al coraggio di chi decide di dichiarare apertamente il proprio orientamento sessuale rappresenta un passo avanti verso un calcio più inclusivo, in cui ogni persona possa sentirsi accolta e rispettata per ciò che è, non per l'etichetta che le viene attribuita.

Non è la prima volta che la cronaca calcistica ci ricorda quanto ci sia ancora da fare. Recentemente, per esempio, abbiamo raccontato l'episodio che ha coinvolto Pedro e suo figlio, vittime di insulti a sfondo omofobo e discriminatorio sui social (leggi qui l'articolo completo). Vicende come questa dimostrano che il problema non è isolato, e che le parole di un campione come Bernardeschi possono avere un impatto enorme nel contrastare certi atteggiamenti.

Il calcio, con la sua capacità di influenzare milioni di tifosi, ha la responsabilità di farsi promotore di valori di rispetto e inclusione. Bernardeschi, con la sua testimonianza semplice e diretta, ricorda a tutti che la libertà di esprimersi e l'orgoglio della propria identità non dovrebbero mai essere fonte di discriminazione.

Il suo invito a non farsi condizionare dal giudizio esterno, e il suo "chapeau" a chi ha già avuto il coraggio di fare coming out, sono un segnale potente: il cambiamento è possibile, ma deve partire dalle parole, dagli esempi e dal coraggio di rompere il silenzio.

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