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Tra Capitan Tsubasa e realtà: Brasile-Giappone, una partita tra due mondi

Dal calcio reale al mito di Capitan Tsubasa: il Brasile di Ancelotti batte il Giappone di Moriyasu in una sfida che intreccia storia, J-League e cultura pop giapponese. 

Alla fine il Brasile ce l'ha fatta. All'ultimo minuto, in rimonta, dopo essere stato sotto per quasi un'ora di gioco contro il Giappone di mister Moriyasu. Ci ha pensato Gabriel Martinelli, attaccante dell'Arsenal, mandato in campo da Carlo Ancelotti al posto di Neymar, a vendicare la sconfitta verdeoro del settembre 1997 in finale di Coppa del Mondo giovanile.

Una partita soffertissima, con Carlos Santana che porta avanti la Seleção, Tsubasa che pareggia, Misaki che illude, Natureza che riporta di nuovo tutto in parità e rinvia la sfida ai supplementari. Sarà un gol ancora di Tsubasa, un golden goal, a dare al Giappone la Coppa del Mondo.

E poco importa se la partita non si è mai giocata davvero, ma solo tra le pagine del manga di Yōichi Takahashi, diventato anime in Italia con il nome di Holly e Benji. Perché il Brasile-Giappone di ieri sera, reale, tangibile, concreto, che aveva davvero in palio un pezzo di Mondiale, forse non ci sarebbe mai stato senza l'invenzione del disegnatore di Tokyo.

Perché, come scrive Gianluca Oddenino su La Stampa, la generazione cresciuta leggendo Capitan Tsubasa negli anni '80 è anche quella che ha contribuito alla nascita del calcio professionistico giapponese. La J-League nasce nel 1992 e subito arrivano i brasiliani a renderla più forte, più appetibile: il primo è Zico, nel 1991, al Sumitomo Metals, poi Careca ai Kashiwa Reysol nel 1993, Leonardo ai Kashima Antlers nel 1994, Dunga al Júbilo Iwata nel 1995. "Il calcio brasiliano mi sembrava impressionante – racconta Yōichi Takahashi, folgorato dai Mondiali in Argentina nel 1978 - Ho iniziato a disegnare con la speranza che un giorno il Giappone potesse partecipare a un Mondiale. Ho disegnato con questo desiderio". Un desiderio che si avvera nel 1998, con la prima partecipazione alla Coppa del Mondo.

Era il Giappone di Kazuyoshi Miura, di Shunsuke Nakamura, di Hidetoshi Nakata, di Wagner Lopes, nato e cresciuto in Brasile: una storia che ne nasconde mille altre.

La sua, innanzitutto. Il primo paio di scarpini a nove anni, pagati in tre rate dalla madre, la paghetta settimanale conquistata lucidando scarpe, poi, a undici anni, l'ingresso in fabbrica. Sveglia alle 5.30, sette chilometri in bicicletta, turni fino alle 18.00, la scuola serale. Poi il calcio, ovviamente: le arance raccolte durante la pausa pranzo e usate per palleggiare, le partite nei fine settimana. E, a 18 anni, un aereo per il Giappone, quando a San Paolo è inverno e a Yokohama è piena estate.

Sette squadre diverse, oltre 200 gol, la cittadinanza nel 1997, i Mondiali l'anno successivo.

Un viaggio, quello di Wagner Lopes, che era stato fatto al contrario, per quasi mezzo secolo, da oltre 240 mila giapponesi. I primi arrivarono nel 1908 a bordo della nave Kasato Maru: erano 781 immigrati, divisi in 165 famiglie. La loro destinazione finale erano le piantagioni di caffè di San Paolo, dove a lavorare erano soprattutto italiani, ai quali il governo brasiliano pagava il viaggio in nave. Poi, nel 1902, arriva il Decreto Prinetti, che vietava l'immigrazione sovvenzionata in Brasile. Le navi dall'Italia si fermano, le piantagioni vanno in crisi. Servono nuovi lavoratori e il governo di San Paolo guarda soprattutto a Oriente, in particolare al Giappone. Così inizia un flusso che porterà i nipponici a diventare la quinta nazionalità più numerosa nel Paese, dopo portoghesi, italiani, spagnoli e tedeschi.

Nel 2022 erano circa 2 milioni i brasiliani di origine giapponese.

Due milioni di tifosi con il cuore diviso a metà, almeno ieri sera. Quando il Brasile di Ancelotti si è preso la rivincita contro il Giappone di Capitan Tsubasa. In attesa di una nuova sfida, tra le pagine di un manga o su un campo mondiale. 

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