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Nella favela di Penha, dove il calcio salva vite

Dopo l'operazione Containment che ha sconvolto Rio, dentro la favela resta un campo di erba sintetica dove lo sport continua a educare e proteggere 

Le fotografie non raccontano tutto. Mostrano i corpi stesi sull'asfalto, le armi sequestrate, le divise schierate. Non mostrano i campetti vuoti, i bambini chiusi in casa, le partite saltate. Dopo l'operazione Containment, scattata il 28 ottobre nelle favelas di Rio de Janeiro, il mondo ha contato i morti: 138. Ha contato gli arresti: 113. Ma ha smesso di contare i giorni che servono per ricominciare a vivere.

Teatro del massacro è stata la favela Penha, da anni sotto l'influenza diretta del Comando Vermelho, uno dei cartelli più feroci del Brasile. Il suo controllo non è solo armato: è culturale, simbolico, quotidiano. Decidere cosa indossare, dove andare, a che ora rientrare non è una scelta libera. È un adattamento costante alla paura. Eppure, nel mezzo di questo equilibrio instabile, esiste un rettangolo verde sulla collina di Caracol. È il campo dello Street Child United Brazil. Ottanta bambini ogni giorno entrano lì dentro per allenarsi, giocare, stare insieme. Fuori i colpi di fucile scandiscono le notti. Dentro comandano ancora i passaggi, le risate, le regole semplici del gioco. "Qui abbiamo tanti progetti, tanti bambini con sogni meravigliosi, progetti sociali che hanno come obiettivo formare persone giuste, futuri atleti, insegnanti, cittadini - ha raccontato a Domani la calciatrice Ana Clara Ferreira - Vogliamo sì che la nostra comunità sia messa in evidenza, ma per l'educazione e le opportunità che esistono qui, non per i bagni di sangue". 

Calciatrice del Flamengo Beach Soccer, cresciuta proprio a Penha, oggi è allenatrice ed educatrice. La sua storia è simile a quella di molti dei ragazzi che segue: infanzia in salita, poco spazio per il divertimento, per i sogni, poi una deviazione possibile grazie al calcio. Per lei lo sport non è mai stato evasione, ma salvataggio. "Io vivo ancora a Penha. Crescere in una comunità, in generale, è molto impegnativo. Non si sa mai quale sarà il passo successivo quando si cresce in un posto come questo. Molte persone finiscono per rinunciare, per mollare, anche perché il governo ci volta le spalle".

Il progetto SCUB lavora da trent'anni nelle pieghe della città che non fanno notizia. Non promette miracoli, ma costruisce abitudini: arrivare puntuali, rispettare un compagno, accettare una sconfitta senza reagire con rabbia. Sono dettagli minuscoli che, in certi contesti, valgono più di qualsiasi proclama politico. Intanto, fuori dal campo, la narrazione resta polarizzata: l'intervento militare è stato un successo per le autorità, un massacro invece per le organizzazioni per i diritti umani. In mezzo restano le famiglie, i ragazzi, gli allenatori che riaprono il campo anche quando la paura consiglia il contrario.

A Penha il calcio non cambia il mondo. Ma ogni giorno prova a spostarlo di pochi metri, quanto basta per tenere un bambino lontano dalla strada. E, in certi luoghi, questo è già un atto rivoluzionario.

La foto in copertina è di Goal-Click.com

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