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I veri campioni sono quelli come Gianfranco Matteoli

Il centrocampista dell'Inter dei record appartiene ad una generazione di calciatori che erano innanzitutto campioni di valori. 

"Lo stress lo vive il contadino che ho visto questa mattina andare verso il campo sotto un sole feroce, o mio padre che si alzava all'alba per mungere le pecore. Ci vuole rispetto, io non mi sarei mai sognato di fare una cosa del genere". Le parole sono di Gianfranco Matteoli, sessantasette primavere e l'entusiasmo di un bambino. Occasione è stata la richiesta di un commento ad una recente querelle di calciomercato con tanto di presentazione di certificato medico per stress per non presentarsi al raduno della propria squadra a trattativa in corso. E le parole di "Teo" come lo chiamava mister Trapattoni nella squadra campione d'Italia 1988/89 alias l'Inter dei record sono chiare e limpide come l'uomo. Sei volte con la casacca azzurra della Nazionale. Vincitore di due campionati in C/1 con le maglie del Como e della Reggiana. Ultima stagione nella carriera di calciatore tra le fila del Perugia con mister Ilario Castagner in panchina. Qualificazione in coppa Uefa con la maglia del Cagliari, la squadra della "sua" Sardegna. E sempre sotto l'egida dei Quattro Mori responsabile del settore giovanile. Oggi nonno felice di tre nipoti, sardo doc e, soprattutto, uomo di calcio di altri tempi, fatti di valori e sacrifici, sentirsi fortunati a fare il mestiere più bello del mondo, ad essere pagati per giocare. E le sue parole hanno fatto rispolverare al sottoscritto una lunga e piacevole conversazione avuta con Gianfranco Matteoli che sottolineava come "la sardità è una cosa che ti entra dentro, chi nasce e cresce in quest'isola la sente".

Gianfranco Matteoli una vita nel calcio sempre fatta di valori

Gianfranco Matteoli, oggi guida del Centro Sportivo Simba, centro di formazione ufficiale dell'Inter per la crescita di giovani calciatori a Palmas Arborea, in provincia di Oristano, dinanzi alla inguaribile curiosità da giornalista sportivo del sottoscritto, ha raccontato che per un uomo di calcio come lui "le sensazioni più belle sono quando giochi, purtroppo non sei tu che decidi quando svolgi altri ruoli. È quando vai in campo che decidi tu, da dirigente, da tecnico, soffri da altri punti di vista, ma sono situazioni diverse – mi ha confidato Matteoli - quando giochi tu è un'altra cosa". E poi di Gianfranco Matteoli conservo con affetto la sua appartenenza orgogliosa alla Sardegna. "Far parte del Cagliari è molto importante per noi nati in Sardegna – ha detto - da responsabile tecnico delle giovanili del Cagliari ho avviato un progetto di rinnovamento privilegiando i ragazzi dell'isola, ho detto che dovevamo lavorare sui ragazzi sardi. Ho sempre creduto che nella nostra isola ci siano talenti. Certo, mi sono detto in quegli anni, che, se capitava qualche fenomeno che veniva da fuori meglio per noi, ma diversamente dovevamo lavorare con i nostri ragazzi. E così, d'accordo con il presidente, abbiamo lavorato sul territorio, una cosa che ha pagato, abbiamo avuto belle soddisfazioni, se si riesce a costituire il gruppo così è una cosa gratificante". E poi il ricordo del suo Maestro.

Matteoli cresciuto al Como grazie al Maestro Mino Favini

"Io personalmente da calciatore sono cresciuto con Mino Favini al Como – ha sottolineato Gianfranco Matteoli - Non abbiamo vinto un campionato ma nel mio modo di vedere mi piace e mi rende orgoglioso questo tipo di discorso. Importante è la crescita. Iniziare dal settore giovanile e arrivare alla prima squadra. Per me è importante dare un'immagine positiva, sempre, dare una mano ai ragazzi per fare qualcosa di importante nel calcio. Nella mia testa c'è sempre stato un discorso, cioè quello dell'educazione e del rispetto. Non sempre si diventa calciatori, ma i ragazzi devono crescere come uomini, non so ogni quanti giovani esce un calciatore ma so che chi lavora nel settore giovanile deve innanzitutto trasmettere valori sani. Ed è questo il mio cavallo di battaglia. Io nella mia vita e nella mia carriera ho conosciuto Mino Favini al quale devo tutto, l'essere calciatore. È importante chi ti è vicino quando cresci, e io ho avuto la fortuna di conoscere personaggi che ti danno la spinta per dare qualcosa in più, non solo come calciatori ma anche come uomini. Se si riesce a lavorare su questo aspetto si raggiunge di più". Ricordi, aneddoti, una vita di calcio, ma con umiltà e rispetto, senza montarsi la testa, senza sentirsi qualcuno, senza pensare di vincere da solo, ma con il concetto di squadra ben stampato in testa.

 A Gianfranco Matteoli è stato assegnato anche il Premio Scopigno

Ha ricevuto il Premio Scopigno ma sottolineando che "i premi sono tutti belli, ovviamente, ma devo dire la verità se non hai un gruppo di tecnici vicino, non vinci niente – ha messo in luce al sottoscritto - Se ho vinto premi è perché in quel periodo dirigenti e tecnici hanno lavorato insieme a me per raggiungere risultati di questa portata". E poi un manifesto di valori che il sottoscritto sente il dovere di rendere pubblico e patrimonio per le nuove generazioni. "Sicuramente facciamo un mestiere visibile – queste le parole assolutamente preziose di Gianfranco Matteoli - ma personalmente sono sempre molto misurato in tutte le cose, non mi sono fatto troppo prendere. Sei una persona come tutti, ma sei stato fortunato. Il resto non conta più degli altri, non sono andato mai oltre. Noi da bambini abbiamo avuto chiaramente come mito Gigi Riva ma crescendo ti rendi conto che in quella squadra c'erano campioni, perché hanno vinto. Io credo che in realtà ti ispiri a te stesso. Penso che ognuno di noi sia unico. Ognuno di noi nel giocare, nel suo carattere, nel suo modo di essere è unico. Ho avuto la fortuna di avere un nonno nel quale mi rivedo, che mi spiegava le cose".

Matteoli: "i ragazzi oggi hanno tante distrazioni, bisogna stargli vicino"

"A volte è anche colpa di noi adulti. Dobbiamo essere noi a spiegare alle nuove generazioni certe cose. Dobbiamo essere bravi noi adulti a trasmettere i giusti valori. Un mio amico mi diceva che i giovani perdono fiducia se non gli stai vicino. Se non ci lavori, sono tanti che la pensano come me. Quando giocavamo noi ci dicevano che la generazione di prima era diversa, si diceva il calcio è cambiato. Per me sono frasi comuni, secondo me dobbiamo essere aperti e dialogare. Trasmettere cose positive e stargli vicino, farli crescere. Penso che ai ragazzi si debba insegnarli a giocare al calcio. Se sbagliano uno stop alla palla è perché forse non gli è stato insegnato. Gli allenatori sgridano i bambini a dieci anni, ma io gli chiederei: glielo hai insegnato? Prima c'erano più maestri che ti insegnavano queste cose qua. Io penso che la carriera di calciatore sia fatta di tante tappe, come si suol dire bisogna farsi le ossa, è tosta, se hai la testa a posto e sei intelligente dalle cose negative esci rafforzato. E come ho spiegato a qualcuno dei nostri ragazzi che è cresciuto ed è andato a giocare in qualche squadra: questo è il momento magari di mangiare cose pesanti, ma quando le digerisci, ti rendi conto della realtà e queste cose ti aiutano a crescere". 

Campione vero: nel calcio e nella vita, Gianfranco Matteoli. 

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