L'ex centrocampista tedesco racconta perché non si dichiarò durante la carriera e cosa ha significato farlo dopo: "Ho guadagnato indipendenza, dignità e una comunità".
Le parole arrivano sempre dopo. Dopo la paura, dopo i silenzi, dopo le carriere costruite spesso anche sull'occultamento di ciò che si è. Thomas Hitzlsperger, ex centrocampista della nazionale tedesca, del VfB Stoccarda e della Lazio, ha parlato ancora una volta del suo coming out, arrivato dopo il ritiro, e del lungo percorso che lo ha portato a pronunciarsi pubblicamente.
Nel 2011, mentre riceveva il Premio Julius Hirsch per il suo impegno contro antisemitismo e discriminazione, Hitzlsperger non era ancora pronto a dichiararsi. La presa di coscienza, però, era già pienamente in atto. "Nel 2011 non riuscivo ancora a parlare liberamente della mia omosessualità", ammette oggi. "Se ripenso a quel periodo e ai due, tre anni successivi, i miei sentimenti sono contrastanti. Non stavo bene, soprattutto quando ero a Roma alla Lazio".
Il trasferimento in Italia doveva rappresentare un nuovo inizio, invece diventò il punto in cui non poté più sfuggire alla verità: "Era la fase in cui non potevo più scappare dal fatto che mi sentivo attratto dagli uomini. Più mi era chiara la mia identità, più cresceva il bisogno di smetterla di nascondermi e di dichiararmi pubblicamente. Volevo dirlo, volevo pronunciare quelle parole".
Eppure, il coming out non arrivò. Non allora. "Uno dei motivi era legato al campo: non ero più un titolare, e per me un coming out doveva avvenire da una posizione di forza". Una frase che riassume una pressione ancora oggi presente nel calcio: l'idea che l'identità personale debba essere giustificata dalla prestazione. "Questo riflette una mentalità che esiste ancora oggi: 'Non ho problemi, purché giochi bene'. Ma è un'idea sbagliata".
C'erano anche altre paure. "Temevo che l'attenzione, le polemiche, le reazioni potessero avere un impatto negativo sulla squadra. E che io stessi mettendo il mio bene davanti a quello del club. Non volevo farlo". Hitzlsperger arrivò vicino alla decisione definitiva, ma gli fu sconsigliato: "Per un periodo l'ho rimpianto. Poi ho pensato: e se avessero avuto ragione? Se non avessi retto il peso mediatico? Oggi forse ci sarebbe un esempio… ma negativo".
Il coming out arrivò nel 2014, a carriera conclusa. E cambiò tutto. "Quando finalmente ho parlato, ho ricevuto quasi solo comprensione, sostegno e rispetto. Mi sono sentito libero". Non solo libertà: "Ho guadagnato indipendenza, il mio amor proprio è cresciuto. E soprattutto oggi faccio parte di una comunità straordinaria, globale".
A chi gli chiede se consiglierebbe a un calciatore di dichiararsi, risponde senza ricette universali. Ma una certezza ce l'ha: "Pensiamo sempre ai rischi, mai a quello che si può guadagnare. Io ho guadagnato qualcosa di enorme: libertà e dignità".
Nel calcio, intanto, il tabù resta. In Bundesliga non c'è ancora un giocatore attivo dichiarato. Ma la voce di Hitzlsperger continua a risuonare come un riferimento. Non solo sportivo. Umano. E profondamente politico




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