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Lautaro, Doku e Cucurella: il Mondiale che cambia il volto della paternità

Le lacrime di Lautaro Martinez, le scelte di Doku, Ostigard e Cucurella: dai Mondiali emerge un nuovo modello di genitorialità nel calcio, tra emozioni, presenza e diritti ancora da conquistare. 

La partita è finita da pochi minuti. Lautaro Martinez si presenta davanti alle telecamere. L'Argentina ha appena vinto in rimonta contro l'Inghilterra ed è volata in finale di Coppa del Mondo. Lo ha fatto con un suo gol, a tempo scaduto, da subentrato. Quando l'attaccante dell'Inter deve rispondere alle domande del giornalista non trattiene le lacrime: "La verità è che è tutto fortissimo in questo momento, sono travolto dalle emozioni. Sognavo questo gol da sempre, fin dalla prima volta che mio padre mi ha comprato un paio di scarpini. Penso a mia madre, che non ha mai smesso di preparare il mio letto anche quando sono andato al Racing... Tutto questo per me vale più di un gol o di una finale". E ancora: "Penso ai miei figli che mi hanno cambiato la vita quando sono arrivati ". Lautaro Martinez si racconta e piange. Ha appena deciso la semifinale dei Mondiali e le sue parole vanno subito alla sua famiglia. Parla da figlio, parla da padre. Ed è proprio questa figura che, quasi senza accorgersene, il Mondiale sta raccontando.

Ha parlato del padre Nadiem Amiri, terzino della nazionale tedesca e del Mainz ("Mio padre mi ha sempre sostenuto tantissimo, ha portato avanti la nostra famiglia. Lo amo più di ogni altra cosa"), di padri ha parlato il CT del Paraguay, Gustavo Alfaro, per spiegare l'essenza della sua nazionale ("Noi abbiamo ragazzi che non hanno mai conosciuto il padre o che hanno dovuto aspettare otto anni prima di conoscerlo"), e in passato di suo padre aveva parlato anche il CT dell'Argentina, Lionel Scaloni ("Mio padre tornava a casa dopo aver guidato un camion pieno di pietre per 10 ore e nonostante tutto mi diceva: "Andiamo ad allenarci non c'è tempo da perdere").

Ai padri di ieri, però, il Mondiale sta aggiungendo una nuova figura: quella dei padri di oggi, i padri che i calciatori stanno diventando. E che la società, spesso, ancora fatica ad accettare. La vicenda di Jeremy Doku, che avevamo analizzato qui, ha raccontato alla perfezione stereotipi e luoghi comuni legati alla paternità e le critiche piovute addosso al calciatore belga, che aveva scelto di lasciare il ritiro della nazionale e volare in Europa per la nascita del figlio, sono la cartina al tornasole della società di oggi, una società in cui l'uomo è ancora percepito fuori posto quando si tratta di sensibilità, di intimità, di genitorialità. Le storie che ci arrivano da questo Mondiale, invece, ruotano intorno al concetto, per alcuni aspetti nuovo e rivoluzionario soprattutto se apportato al mondo del calcio, della presenza. Lo racconta la storia di Leo Ostigard, difensore della Norvegia e del Genoa, che decide di seguire comunque, anche se solo in videochiamata, il parto della moglie. Lo racconta la presa di posizione di Ollie Watkins, ala dell'Inghilterra e dell'Aston Villa, che ha difeso il collega belga e ha parlato del peso emotivo che i calciatori devono affrontare durante i periodi lontani dalle loro famiglie. Lo racconta la storia di un altro finalista, Marc Cucurella, difensore della Spagna e del Real Madrid, che con le sue parole ha contribuito a rompere un altro tabù: quello della disabilità. "Una volta diventati genitori nessuno ti insegna come esserlo - ha raccontato a La Razon - e se hai un figlio autistico è tutto molto più complicato. È un processo di apprendimento, capire di cosa ha bisogno, quali sono le sue esigenze. Sono grato a tutte quelle persone che si prendono il tempo di aiutarci, di darci consigli e poi di cercare di gestire le cose nel miglior modo possibile, trovando le terapie e le scuole più adatte per il suo sviluppo".

Da questi Mondiali arriva una costellazione di eventi, di episodi, di parole che lette insieme raccontano un cambiamento, un nuovo paradigma: dal padre del sacrificio, al padre della presenza. Dal padre che portava i soldi a casa, al padre che vuole spendere un'altra moneta: quella del tempo. E che questo cambiamento arrivi dal mondo del calcio, un mondo frenetico, rapido, veloce, fatto spesso di apparenza, di superficialità, di visibilità fine a sé stessa, e in particolare dai Mondiali, dove conta il risultato, la vittoria, il successo, è ancora più significativo. Un mondo che ancora non ha riconosciuto questo diritto ai suoi professionisti. L'accordo collettivo tra calciatori e società di Serie A, ad esempio, prevede il congedo matrimoniale ma non quello di paternità e anche la FifPro, il sindacato mondiale dei calciatori professionisti, ha sottolineato questa lacuna, riconoscendo "la necessità di tutelare anche il genitore che non porta avanti la gravidanza" nell'ottica di "superare lo stigma secondo cui i calciatori uomini non dovrebbero poter godere degli stessi diritti delle calciatrici nel trascorrere del tempo con il proprio figlio appena nato."

Qualcosa, insomma, sta cambiando nel modo di vivere la genitorialità. E a raccontarlo sono i calciatori stessi. Parlando delle loro vite, delle loro fragilità, senza paura di mostrare le proprie emozioni. Come fa Lautaro Martinez, che piange mentre festeggia la finale: "Mi godo tutto questo: mi godo mia figlia, mi godo mio figlio che mi hanno fatto cambiare: sono un uomo e amo la vita". 

Ciao, Osvaldo
 

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