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Ci vorrebbe una bacchetta magica o forse un po' di sana leggerezza

Sconfitta contro il Belgio, vecchi problemi e troppi proclami: la nuova Italia riparte da una figuraccia e da una rifondazione che sembra ancora lontana.

La prima uscita della nuova Italia è iniziata sotto i peggiori auspici ed è finita peggio. Prima l'inno belga fischiato da una parte di pubblico (inaccettabile). Poi l'inquadratura della televisione su Mancini, elegantissimo come sempre e con la chioma ritoccata fresca fresca dal parrucchiere. Il colore dei capelli del nostro mister, però, appariva indefinibile. Così come è apparsa indefinibile l'Italia: impresentabile nel primo tempo dove ha rischiato di subire almeno tre gol invece di uno, reattiva per parte del secondo dove ha sfiorato il pareggio e poi molliccia nel finale col raddoppio dei diavoli rossi. Tra giocatori fuori condizione come Tonali, altri fuori ruolo come Kean, un centrocampo e una difesa di burro, l'Italia più che un cantiere aperto, come si direbbe in questi casi, è sembrata il solito cantiere permanente di certe opere che non vengono mai terminate di cui il nostro Paese è piena. D'altronde se non andiamo al Mondiale da tre edizioni un motivo ci sarà. Se Godts, l'astro nascente dei belgi, sembra Garrincha del 1958 e i nostri difensori dei birilli d'allenamento un altro motivo ci sarà. Le cause sono tante, troppe, forse andrebbero spiegate e dire chiaramente che l'Italia ormai è una squadra di seconda fascia e non fare proclami come quelli di Mancini che ha dichiarato che entro 4 anni l'Italia vincerà qualcosa. Cosa? Così come è sì giusto lanciare i giovani ma non presentarli con etichette roboanti come quella appiccicata al promettente Romano definito, da una parte di stampa, il nuovo Rodri dopo appena 5 partite da titolare in serie A.

Dall'altra parte il Belgio con in panchina il neo allenatore Mark Van Bommel in abbigliamento minimal ma con la solita faccia cazzuttissima che aveva da giocatore e che giocatore: un concentrato di intelligenza, sagacia tattica e cattiveria agonistica in purezza. Se la Federazione, la nostra inesistente Federazione, avesse cercato un allenatore vero all'estero (non la probabile balla sparata da Maldini su l'inarrivabile Guardiola) c'era anche lui libero in estate prima di essere tesserato dal Belgio. Ma se la scelta di un allenatore è legata alle solite logiche di amichettismo come quelle iniziali di Maldini con Pirlo o addirittura di Grosso e finali di Malagò con Mancini allora la rifondazione del nostro calcio è molto lontana. È chiaro che Mancini ha tutte le attenuanti del caso e questa era la prima partita per di più contro un avversario forte, molto più forte di noi, con vecchi leoni come De Bruyne e nuove stelle come il citato Godts e il milanista Moreira. Quello che contestiamo è l'approccio. 

Il Mancio non è mai stato umile, compenetrato come è sempre stato prima da giocatore (sublime) e poi da allenatore di un'autostima d'acciaio. Nel presentarsi ha fatto mea culpa, un gran gesto per uno come lui (ammesso che sia stato sincero), per aver lasciato la Nazionale con una pec per riconcorrere i quattrini arabi. Sempre a proposito di soldi pende da poco su di lui uno scandalo in mezzo al mare di irregolarità delle quali è accusato il Manchester City. Sembra che il nostro allenatore durante il suo periodo sulla panchina dei Citizens, per eludere il fairplay finanziario, abbia avuto un doppio contratto. Uno regolare col City e un altro accessorio di consulenza con il club Al Jazira, sempre di proprietà dello sceicco Mansour. Ma, tranquilli, queste in un Paese come il nostro sono considerate quisquilie, nessuno si scandalizzerà. Così come è sempre stata considerata una sciocchezzuola l'acquisto da parte di Malagò di tre esami alla facoltà di Economia e Commercio de La Sapienza con statini falsificati corrompendo dei bidelli, reato poi caduto in prescrizione ma non per questo meno grave e indicativo del personaggio. Una storia ben peggiore, dal punto di vista morale (ma della morale non gliene frega più niente a nessuno), rispetto alla recente vicenda che vede coinvolto l'ex presidente del CONI per il suo mancato tesseramento federale. Ma quest'ultima storia dimostra come il calcio italiano non potrà mai cambiare perché sulla sua carcassa è solo in corso una battaglia politica tra avvoltoi. Infatti, sulla testa di Malagò si aggira l'ombra di un altro rapace: Adriano Galliani, soprannominato il condor. Intanto, tornando al campo, la Nazionale continua da dove aveva finito: con una figuraccia. Così come Donnarumma (peraltro il migliore in campo insieme a Cambiaghi) che in Bosnia uscì litigando e all'Olimpico ha fatto lo stesso allo scadere della partita con Lukaku. Continui nervi tesi equivalgono a fallimenti assicurati. Ci vorrebbe una bacchetta magica o forse un po' di sana leggerezza. Abbandonare gli isterismi e i proclami. Raggiungere la consapevolezza che non siamo più la squadra di una volta e che la retrocessione in Nations League è probabile (sarà fondamentale la partita contro la Turchia) con inquietanti ripercussioni anche sulle qualificazioni a Europei e Mondiali.

Ci vorrebbe una fatina, ma non c'è, abbiamo solo loschi figuri, gatti e volpi.

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