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Joey Barton condannato per insulti sessisti online: "Ha superato il confine tra libertà di parola e reato"

L'ex calciatore inglese è stato riconosciuto colpevole di molestie online contro due commentatrici sportive e un giornalista. Il caso riaccende il dibattito sull'odio sessista e la violenza verbale nel calcio e sui social. 

L'ex calciatore Joey Barton è stato riconosciuto colpevole di sei capi d'accusa per aver inviato comunicazioni online "gravemente offensive con l'intento di causare angoscia o ansia". Il verdetto è stato emesso dalla corte di Liverpool, dove i giudici hanno stabilito che Barton, 43 anni, "ha superato il confine tra libertà di parola e reato" attraverso una serie di post pubblicati su X tra gennaio e marzo 2024.

Le prime offese dell'ex centrocampista hanno preso di mira due note commentatrici sportive, Lucy Ward ed Eni Aluko, che avevano lavorato alla telecronaca della partita di FA Cup tra Everton e Crystal Palace il 17 gennaio 2024. Barton, da tempo critico verso la presenza femminile nel calcio maschile, le ha attaccate pubblicamente, paragonandole a due famigerati serial killer, definendole "i Fred e Rose West del commento calcistico". Non contento, ha sovrapposto i loro volti a un'immagine dei due assassini. Ward ha raccontato in aula che quei post l'hanno fatta sentire "fisicamente spaventata".

In un altro messaggio, Barton ha scritto che Aluko rientrava "nella categoria Joseph Stalin/Pol Pot", accusandola di aver "assassinato centinaia di migliaia, se non milioni, di orecchie di tifosi di calcio". Ha poi aggiunto che la presenza della giornalista era dovuta solo a "quote da rispettare", sostenendo che "DEI [diversità, equità e inclusione] è una schifezza. Azione affermativa. Tutto sulle spalle delle sciocchezze BLM/George Floyd".

Le sue parole hanno suscitato sdegno anche tra i colleghi. Il conduttore Jeremy Vine ha dichiarato di essere rimasto "piuttosto scioccato da ciò che Barton aveva detto su due commentatrici molto rispettate", chiedendosi pubblicamente se l'ex calciatore "avesse subito un trauma cerebrale". Barton ha reagito con un violento contrattacco, chiamando Vine "pedofilo in bicicletta", insinuando che fosse "stato sull'isola di Epstein" e aggiungendo: "Tanto vale che lo ammetta subito, perché chiamerei la polizia se lo vedessi vicino a una scuola primaria sulla sua bici". Ha poi pubblicato una foto del giornalista con la didascalia: "Se vedete questo tizio vicino a una scuola primaria, chiamate il 999".

Vine ha dichiarato in aula di aver preso molto sul serio quelle accuse, sentendosi "fisicamente in pericolo" e preoccupato che i seguaci "dello stesso tipo mentale di Barton" potessero interpretarle come reali. "Ho chiesto consigli sulla mia sicurezza, ho modificato i miei spostamenti. Credo che quei messaggi mi abbiano messo in pericolo fisico", ha detto il giornalista. Durante il processo, Barton ha definito le proprie parole "battute grossolane" e "una lite tra celebrità online", sostenendo di essere vittima di una "persecuzione politica". "Questo è lo Stato che, secondo me, cerca di schiacciarmi per i propri scopi", ha affermato, aggiungendo di non aver mai voluto causare "angoscia o rischio per la vita" di nessuno.

Il pubblico ministero Peter Wright KC ha definito le sue giustificazioni "assurde", (nonsense, in inglese) provocando la replica di Barton: "Mi sta chiamando pedofilo?" (nonce, in inglese) — ricevendo la risposta secca: "No, ho detto assurdo".

La condanna di Joey Barton, attesa per l'8 dicembre, rappresenta un segnale forte contro la normalizzazione dell'odio sessista e delle molestie online, in particolare nel mondo del calcio, dove il linguaggio discriminatorio e misogino trova ancora troppo spesso terreno fertile dietro lo schermo dell'anonimato. 

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