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A tu per tu con il Capitano

Quando una domenica qualsiasi si trasforma in un incontro indimenticabile: il racconto del faccia a faccia del nostro Marco Fontanelli con Alessandro Del Piero, tra cappuccini tremolanti e sogni da bambino. 

È una domenica mattina qualunque di inizio febbraio.

È domenica 2 febbraio 2025 e, come ogni domenica da settembre a maggio, appena sveglio, apro l'armadio e indosso la tuta di rappresentanza della squadra per cui gioco. Domenica significa "giorno della partita".

Ebbene sì... all'età di nove anni sono stato travolto da uno sport che nel tempo è diventato amore e passione e tuttora, quando gli anni sono quasi ventinove, continua a esserlo: il suo nome è Calcio, o più semplicemente Pallone.

È domenica, dicevo.

Do uno sguardo al cellulare. Vedo che ci sono dei messaggi di Roberta, la mia fidanzata, e una foto...

«Ma quello è Del Piero!» - esclamo io - «La solita fortunata...»: penso poi.

Sì... Roberta è un po' come una calamita per i personaggi famosi. Potrebbe anche camminare nel posto più sperduto del mondo, ma state pur certi che incontrerebbe comunque una celebrità.

Dopo un momento di spaesamento dovuto dal mix di incredulità e invidia per Roberta che aveva appena incontrato il mio idolo di infanzia, il calciatore che mi aveva fatto battere il cuore per la Juventus e che era stato il nome sulle spalle della mia prima maglietta da calcio, guardo l'orario di arrivo dei messaggi: 10.46 e 10.52. Sposto poi lo sguardo sull'orario attuale: sono le 11.00.

«Sono passati solo pochi minuti da quando mi sono arrivati i messaggi... Forse sono ancora in tempo!» - penso.

Decido quindi di chiamare Roberta, per chiederle se fosse ancora lì oppure se ne fosse già andato: «Sì, è ancora qui a fare colazione. Vieni, ma fai veloce! Non so quanto rimarrà ancora...» - dice lei.

Del Piero a giro per Empoli, a due passi da me: voi che dite? Avrò fatto veloce?

Beh... sì. Scontato, no?

Riaggancio la chiamata, esco di casa e mi metto al volante in un batter d'occhio. Non c'è spazio per tergiversare. Alex è lì, ma non ancora per molto. Forse quando arriverò lui sarà già andato via, ma non importa, devo provare.

Nel tragitto da casa al centro di Empoli (dieci minuti scarsi), affluiscono come fiumi alla mia mente pensieri su come potrebbe andare l'incontro: «Cosa gli dico?», «Sarà disponibile?», «Riuscirò a farmi una foto con lui?», «Sarà già andato via?». Così, in loop, per tutto il viaggio in macchina.

Arrivo.

Parcheggio.

Per fortuna c'è un posto libero proprio davanti al bar: «Forse è un buon presagio...» - penso.

Scendo di macchina. Entro nel bar. Saluto Roberta e... è ancora lì. Del Piero è ancora lì.

«Ce l'ho fatta» - penso - «almeno sono riuscito a vederlo dal vivo».

Saluto la mia ragazza distrattamente e inizio a sorriderle come un "bischero". Ormai nella mia testa c'è solo "Il Capitano".

All'improvviso, mi accorgo che sto tremando dall'emozione.

«E ora che faccio?» - penso - «Qual è la prossima mossa?».

Beh... sono appena entrato in un bar, quindi devo consumare qualcosa. Ma cosa? Un caffè? Forse un cappuccino è la scelta migliore, almeno avrò la scusa per rimanere un po' più tempo dentro al bar. Vada per il cappuccino.

Mi accorgo di chiedere un cappuccino in modo confuso alla barista, a tal punto da farfugliare con voce tremante. Stavo tremando, in effetti, dall'emozione. In cuor mio, ripensandoci a distanza di tempo, penso che anche la barista avesse capito il reale motivo per cui avevo varcato la soglia di quel bar. Penso che chiunque, osservandomi in faccia anche solo per un istante, avrebbe capito il reale motivo per cui ero lì.

Mentre attendo disinteressato il mio cappuccino, mi rendo conto dell'euforia che sta montando tutt'intorno nelle persone, del loro entusiasto brulicar di voci. L'"effetto Del Piero" si sente, insomma.

Io, nel frattempo, continuo ad aspettare il mio cappuccino, ma in realtà del cappuccino... mi importa veramente poco.

Nella mia testa iniziano a dipingersi mille scenari possibili e poi scoppiano, uno dopo l'altro, come bolle di sapone. Studio le prossime mosse e le possibili contromosse. Mi preparo al peggio, perché, comunque, la possibilità di sentirsi rispondere male o di vedersi rifiutare una foto dal Capitano c'è. Concreta o remota che sia, comunque c'è. Dopotutto, è domenica anche per lui. Chissà quante persone nell'arco delle ultime ventiquattro ore l'hanno fermato per un autografo o una foto. Potrebbe essersi scocciato e pensare...: «eccone un altro...». In fondo, chi sono io per lui? Un semplice tifoso in più. Chi è lui per me? Beh... Il nome sulla schiena della mia prima maglietta da calcio, che ancora custodisco gelosamente in un armadio; probabilmente il motivo principale per cui mi sono innamorato fin da piccolo di quei colori, il bianco e il nero; il capitano e il simbolo della mia squadra... Mi fermo qua, ma penso si capisca che Del Piero riveste, senz'ombra di dubbio, un ruolo importante nella mia vita da tifoso e amante del calcio.

Eccolo che arriva... il cappuccino. Lo prendo e mi accorgo di tremare, ancora, forse più di prima, sempre di più. Prima di provare a chiedere una foto a Del Piero ci sarà, quindi, da portare a compimento la 'titanica' impresa di far arrivare sano e salvo il cappuccino al tavolo, ma anche quella di evitarmi figure poco piacevoli in un momento così delicato e importantissimo per me.

Ci riesco: il cappuccino è sano e salvo... e io pure.

Mi siedo al fianco di Roberta, inizio a sorriderle tremante e il cuore inizia a battermi più forte, quasi come se fossi in preda a quell'euforica impazienza che provano i bambini un attimo prima di scartare il tanto desiderato regalo di Natale. Del Piero è lì, a due passi, proprio accanto al nostro tavolo.

Inizio a sorseggiare il mio cappuccino, quasi senza rendermi conto di cosa stia tracannando. Potrei tranquillamente bere un bicchiere d'acqua o il miglior champagne del miglior ristorante stellato, per me in questo momento non farebbe la differenza. Nel mentre, tengo un occhio vigile alle mosse del Capitano, lo "marco a zona", come si direbbe in gergo calcistico. Sta parlando con un'altra persona al tavolo, non voglio disturbarlo, figuriamoci, ma non appena si alza devo farmi avanti, scattante, fulmineo, senza indugiare in ripensamenti: «Carpe diem», direbbe Orazio.

Nel mentre, scorrono pochi ma interminabili minuti, durante i quali scopro che anche Roberta aveva tremato dall'emozione quando, qualche decina di minuti prima, si era resa conto di essere allo stesso bar in cui si trovava Del Piero e si era fatta avanti per chiedergli una foto. Roberta, per essere sinceri, sta ancora tremando... Il Capitano, d'altronde, fa a tutti quest'effetto.

Eccolo... si sta alzando. È il mio momento.

Balzo in piedi così rapidamente da far invidia a un grillo.

Potrei dirgli tante cose, ma dalla bocca mi escono soltanto queste semplici parole: «Alex, possiamo fare una foto?».

Gentilmente, lui accoglie la mia richiesta.

Non appena si posiziona per scattare la foto, Del Piero si accorge che non avremmo fatto un banale selfie... C'era Roberta pronta a scattare la foto!

Ebbene sì... tra un sorso di cappuccino e l'altro, io e Roberta avevamo preparato, nei minimi dettagli, il piano per... scattare una foto; anzi, la foto!

«Allora...appena si alza, io scatto in piedi, te ti giri subito e scatti la foto» - dico io - «usiamo il tuo telefono però, Marco...» - dice lei - «Nono... il tuo... scatta foto migliori!» - ribadisco. Insomma, questi sono soltanto alcuni degli scambi di battute tra me e Roberta in quegli attimi concitati, ma emozionanti, prima del 'grande scatto'.

Il Capitano, in tutto questo, stando anche a quanto raccontatomi da Roberta in un secondo momento, pare abbia capito tutta la dinamica in un batter d'occhio (come d'altronde era solito fare sul campo) e che lo abbia fatto intendere con la mimica facciale, sfoderando un sorrisino non appena ha visto Roberta, che si era fatta la foto con lui poco prima, già pronta a scattarci la foto con lo smartphone. La dinamica era piuttosto banale, in effetti: la ragazza chiama il ragazzo per dirgli che al bar c'è il suo idolo sportivo e quindi il ragazzo corre al bar per farsi una foto.

Alex, dopo essersi fermato a scattare alcune foto con altre persone, se ne va.

Io resto lì, per qualche altro minuto, semplicemente per metabolizzare il tutto. Contemporaneamente, mi si stampa in faccia un sorriso estatico, che vi resterà per tutta la giornata.

Esco poi dal bar. Risalgo in macchina e, all'improvviso, inizio a intonare a squarciagola cori da stadio, incessantemente, per tutto il tragitto: «Alessandro Del Pieeeero, Alessandro Del Pieeeeero, Alessandro Del Pieeeeero olééééééé».

Grazie Alex. Grazie Capitano.

Marco Fontanelli

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