Dalla pandemia al lutto familiare: perché Kampl ha deciso di fermarsi e cosa può insegnarci la sua scelta.
«Dopo tutti questi anni, ho capito che è ora di tornare a casa».
Kevin Kampl affida a una lettera l'ultimo saluto al suo Lipsia. Quasi dieci anni insieme, 283 partite, 10 gol. Numeri che lo hanno reso una bandiera, un simbolo. Numeri che, però, ha smesso di rincorrere. Basta con il calcio, si torna a casa. Perché ci sono cose più importanti.
Lo aveva già detto sei anni fa, quando l'Europa e il mondo si ritrovavano chiusi in casa, a fare i conti con solitudine, paura, incertezze. I tempi del lockdown, delle mascherine, della distanza interpersonale di sicurezza.
«Ci sono sofferenze più grandi al mondo che stare in casa e rispettare un lockdown. Potrei elencare dieci milioni di cose peggiori che stare seduti al caldo, con cibo e bevande», raccontò in un'intervista. «Parlare di essere privati della propria libertà è una totale assurdità: la maggior parte di noi ha una vita meravigliosa».
Kampl, all'epoca, è chiuso in casa anche per un infortunio. Non gioca da quattro mesi: senza il Covid, quello sarebbe stato il momento di rientrare in campo. «Preferirei di gran lunga che il Coronavirus non esistesse. Per questo salterei volentieri il resto della stagione».
Mentre risponde alle domande, il pensiero va alla madre, che non esce più di casa, ma soprattutto al padre, che ha avuto un cancro ai polmoni. Mamma e papà sono originari di Maribor, in Slovenia. Lasciarono la Jugoslavia per la Germania Ovest: lavoravano presso un rivenditore di auto usate a Solingen, in Renania. Ed è qui che, nel 1990, nasce Kevin Kampl. Mestiere da grande: calciatore. Ruolo: centrocampista.
Una carriera divisa tra Germania e Austria, sotto le mani di Klopp, Tuchel, Nagelsmann, Heynckes. Una parabola che passa da Bayer Leverkusen, Salisburgo, Borussia Dortmund, prima di trovare casa a Lipsia. Stagioni da protagonista, due Coppe di Germania e una Supercoppa. Lo scorso anno: 34 presenze e un gol. Poi lo stop. Stavolta non per un infortunio.
Nell'ottobre dello scorso anno, il fratello Seki muore improvvisamente. Kampl si ferma, chiede di essere esonerato dagli allenamenti. Prende tempo. Poi capisce che, per lui, il tempo deve fermarsi. Il padre è di nuovo malato e il suo tempo, invece, scorre troppo veloce.
«La perdita improvvisa di mio fratello mi ha fatto capire dolorosamente quanto sia prezioso il tempo e quanto sia importante trascorrerlo con le persone a noi più care», ha scritto nella lunga lettera pubblicata sui social il 3 gennaio. «La salute di mio padre non è buona e voglio passare più tempo con lui. Tempo che non tornerà più».
E allora basta così. I riflettori si spengono, gli scarpini vengono riposti nell'armadio. Insieme alla moglie Vanessa e ai figli Jordi Noel e Jamie, di 7 e 6 anni, prepara le valigie e torna dove tutto è iniziato: Solingen. «Per quanto difficile sia per me questa decisione, alcune scelte di vita hanno la precedenza sul calcio. Mi sarebbe piaciuto giocare ancora una volta nel nostro stadio, davanti a voi, i nostri tifosi. Non avrei mai immaginato che questo addio sarebbe stato così. Ma a volte la vita richiede priorità diverse, e sono in pace con questa decisione».
Pausa. Anzi, stop.
Saper fermarsi ed essere grati di farlo. Saper ridare priorità alle cose. Conoscere il tempo senza volerlo trattenere, ma riempiendolo di significato, di presenza. Rallentare, in vite sempre più frenetiche. Soprattutto in un mondo come quello del calcio, dove tutto sembra correre ancora più veloce: verso il successo a ogni costo, la fama a discapito della felicità, la vittoria senza la sostanza. Un mondo in cui mostrarsi vulnerabili, è sbagliato, in cui chiedere spazio per sé stessi è da deboli.
Kevin Kampl ci ricorda quali sono le vere ricchezze e la vera forza della vita, le cose davvero importanti, i veri successi. Ci ricorda che il tempo — soprattutto quello da dedicare a noi stessi e alle persone che amiamo — è troppo prezioso.
Più di una Champions League, di un contratto a sei zeri o di uno stadio pieno che urla il tuo nome.



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