Dalle piste di Formula 1 ai successi nel paraciclismo: il ritratto di Alessandro Leone Zanardi e quella sua straordinaria capacità di resistere oltre ogni limite.
Chi ha vissuto molte vite non può morire mai. Per questo ci sembra impossibile che Alex Zanardi sia morto. Più è stato perseguito dagli incidenti e dalla malasorte, più lui ha reagito risorgendo e regalando un sorriso al mondo. Un esempio e modello più che un eroe, una parola, quest'ultima, che a lui stesso non sarebbe piaciuta anche se la sua vita è stata costellata da imprese da supereroe. Una vita segnata sin dalla nascita, quando i genitori lo registrarono all'anagrafe col nome di Alessandro Leone. Nomen omen come diceva Plauto perché Zanardi ha affrontato la vita con il piglio del re della savana. Dopo un inizio folgorante come pilota di kart, dove fu indirizzato dal padre appassionato di motori, seguì una trafila di successi che l'avrebbe portato ad esordire in Formula 1. Fu un genio come Eddie Jordan a capire il suo talento e gli offrì il volante di una sua monoposto che fino a poco prima era guidata da certo Michael Schumacher, che Alex conosceva benissimo dai tempi delle gare in kart. Jordan vide in Zanardi grandi doti di velocità e un coraggio smisurato. L'impatto con il grande circo, però, non fu dei migliori. Dopo meno di un anno abbandonò la Jordan per problemi economici del team e trovò ospitalità nella scuderia di Giovanni Minardi col quale poi nacque una grandissima amicizia. Dopo la Minardi ci fu l'occasione di guidare una Lotus ma anche qui l'esperienza fu breve. Abbandonata la Formula 1, dove fece un fugace ritorno nel 1999 con la Williams, trovò la celebrità e i successi nelle corse americane nella formula Cart (popolarissima negli anni '80 e '90) dove vinse due titoli nel 1997 e 1998. Ma fu proprio nella formula CART che iniziarono i suoi guai o come disse lui stesso iniziò una nuova fase della sua vita. Il 15 settembre del 2001, quattro giorni dopo l'attentato alle Torri Gemelle, sul circuito del Lausitzring, tappa europea del campionato, dopo una gara pazzesca, dove aveva recuperato posizioni su posizioni risalendo dal ventiduesimo al primo posto, perse il controllo della sua autovettura facendo un testacoda che lo mise davanti alla monoposto del canadese Tagliani che lo centrò in pieno.
L'incidente fu terrificante. La Reynard Honda di Zanardi venne spezzata in due e Alex portato in elicottero all'ospedale di Berlino. L'amputazione delle gambe fu inevitabile e le condizioni di Zanardi peggio che disperate con un solo litro di sangue in corpo all'arrivo in ospedale. Bastò quel solo litro di carburante per ripartire. Quindici interventi chirurgici uno dopo l'altro con sette arresti cardiaci non bastarono ad uccidere il Leone di Castel Maggiore che al risvegliò ricominciò la sua nuova vita. Alex ripartì non da quello che aveva perso, gli arti inferiori, ma da quello che gli era rimasto, il resto del corpo. Fu un nuovo inizio. Un'altra bandiera a scacchi che sventolava davanti agli occhi per dare nuovamente gas. Questa volta non sull'acceleratore ma sulle manovelle di una handbike. Diventò un simbolo del paratlentismo, che grazie anche a lui raggiunse giustamente l'attuale popolarità. Col paraciclismo fece incetta di medaglie alle Olimpiadi di Londra 2012 e Rio de Janeiro 2016.E proprio con questa nuova passione, alla guida di una handbike, l'ultimo terribile incidente il 19 giugno del 2020. Durante una staffetta di beneficenza nella parte più bella della Cassia, quella baciata dalla Val d'Orcia, perse il controllo del mezzo e andò contro un camion. Anche in questo caso si prese beffa della morte e tenendo fede al suo nome di battesimo dopo tre disperate operazioni al policlinico di Siena peregrinò in vari ospedali fino al ritorno a casa. Probabilmente, anche durante i ricoveri, quello di Berlino e il secondo di Siena, Alex tenne fede al suo motto più celebre, la regola dei 5 secondi: "quando in una gara ti accordi di avere dato tutto, ma proprio tutto, tieni duro ancora cinque secondi, perché è lì che gli altri non ce la fanno più".
Zanardi ci ha lasciato in un tragico giorno per chi ama le corse automobilistiche: il 1° maggio. La stessa data in cui morì, nel 1994, Ayrton Senna. Ci piace immaginarli correre insieme in qualche angolo di Paradiso, perché chi ama la velocità non si ferma mai. C'è sempre un pedale o una manopola dove dare gas.



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