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Ciao Sven, laziale per sempre

Un Campionato, due Coppe Italia, due Supercoppe italiane, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa Europea. Nessuno alla Lazio ha mai vinto come Eriksson. E il suo nome fa già parte della storia. 

È il 26 maggio 2024. Sven-Göran Eriksson torna allo Stadio Olimpico nell'ultima partita di campionato contro il Sassuolo. Sorride, guarda la sua gente, quella che lo ha accompagnato per ben quattro stagioni della sua lunga carriera e che, a squarciagola, intona il coro a lui dedicato. La Nord gli dedica una coreografia: la maglia dello scudetto con il suo nome scritto sopra. Tutto l'amore possibile per la leggenda svedese, tutta la stima e il rispetto per un uomo che ha fatto la storia della Lazio. D'altronde, nessuno oltre lui ha mai vinto così tanto nella storia dei biancocelesti: un Campionato, due Coppe Italia, due Supercoppe italiane, una Coppa delle Coppe e una Supercoppa Europea. Prende il microfono: "Grazie mille per tutto. È bellissimo vedere così tanta gente, voi siete forti, forti! Mi ricordo gli anni molto belli, mi sono trovato benissimo e mai ho avuto una squadra così forte e vinto così tanti titoli in così pochi anni." I brividi corrono lungo la schiena dei cinquantamila presenti. Sta parlando un gigante.

La coreografia della Curva Nord per Sven Goran Eriksson. Foto: Francesco Rosati x Il Catenaccio

Io quella Lazio di fine anni Novanta/inizio Duemila non l'ho vissuta. Sono nato poco dopo. La vivo nei ricordi di mio padre, che me ne parla sempre, e in quelli di chi quell'epopea l'ha vissuta pienamente. Per Sir Alex Ferguson era la squadra più forte del mondo, e quella Supercoppa Europea, vinta dai biancocelesti contro il suo United degli invincibili, è rimasta il suo più grande rimpianto. Una squadra che non era certamente figlia di un miracolo, ma di un uomo mite con il pallone in testa. Mai una parola fuori posto. Un signore di un'eleganza unica, di classe, sempre con il sorriso stampato sulle labbra. Anche nei momenti più bui della sua carriera.

Quando arrivò a Roma, nel 1997, disse a Sergio Cragnotti di portare a Roma Mancini, Sinisa e Veron per poter vincere lo scudetto. Il primo arrivò subito, gli altri due nelle stagioni seguenti e la Lazio sfiorò subito la vittoria del campionato arrivando ad un solo punto sotto al Milan. «Anche nei momenti più difficili - ricorda l'ex presidente sul Messaggero - lui riusciva a sdrammatizzare. Era un grande personaggio, un signore di altri tempi. Onesto ed educato». Il primo trofeo che conquistò con la Lazio fu la Coppa Italia 1997-1998 con la vittoria in duplice gara in finale contro il Milan. All'andata, a San Siro, Weah beffò i biancocelesti con un goal al 90'. Il ritorno fu più travagliato. Sullo scadere del primo tempo segnò Albertini portando la Lazio sotto di due reti nel risultato totale. Poi, nel secondo tempo, fu un apoteosi biancoceleste. Gottardi, Jugovic e Nesta per la prima storica vittoria del tecnico svedese con la prima squadra della capitale. Una Coppa che mancava da quasi quarant'anni, l'ultima nel 1958, nella bacheca biancoceleste e che, quando nel post partita glielo fecero notare, rispose con un semplice "Era ora, no?".

Eriksson, l'ultima volta allo Stadio Olimpico davanti alla sua Curva Nord

Poi la Supercoppa del 1998 contro la Juve di Lippi vinta grazie ad un romanticissimo goal di Conceição, appena acquistato dalla società, al novantaquattresimo minuto. Nella stessa stagione, riuscì a vincere il primo storico trofeo europeo della Lazio ovvero la Coppa delle Coppe contro il Maiorca con i goal di Vieri e Nedvěd. Sven era già entrato nella storia, e non in sordina, ma con classe, con passo elegante e il suo inconfondibile sorriso. Un protagonista fondamentale di una Lazio che, poco a poco, stava diventando una delle squadre più forti della storia del calcio.

La stagione 1999-2000 devo davvero raccontarla? Ad agosto i biancocelesti Lazio battono i Red Devils di Ferguson. Il goal della vittoria è del cileno Salas, il matador, che quella stagione farà faville. Quella Lazio era una macchina da guerra. Bokšić, Nedvěd, Simeone, Inzaghi, Stanković, Mihajlović, Almeyda, Conceição, Couto, Nesta… una squadra da Calcio e Champagne che riuscì a riportare a casa lo scudetto dopo ventisei anni di attesa. Quel goal del Perugia, sotto l'acquazzone, contro la Juventus, con il tiro di Calori che entrò dentro quella rete fradicia. Tutto scritto nelle stelle. "Sono le 18 e 4 minuti del 14 maggio del 2000: la Lazio è Campione d'Italia!" annunciò Riccardo Cucchi, autore della radiocronaca di quella storica partita, ad un Olimpico silenzioso che aspettava il verdetto finale per poi esplodere o di rabbia o di gioia. Fu subito apogeo. Sven aveva fatto un capolavoro, l'ennesimo della sua carriera.

Faceva parte di un calcio che forse non esiste più: una classe ineguagliabile che ha colpito chiunque abbia mai allenato. Era timido, non amava i riflettori, ma stare tra la gente. Quel ventisei maggio scorso, quando si trovava in un Olimpico strapieno per lui, un tifoso scavalcò la barriera per entrare sulla pista e abbracciarlo. Come un conoscente, un fratello. Un pezzo di vita. E quest'ultima Svennis l'ha salutata sempre con il suo solito sorriso. "Spero che alla fine la gente dirà: sì, era un brav'uomo, ma non tutti lo diranno. Spero che mi ricorderete come un ragazzo positivo che cercava di fare tutto il possibile. Non dispiacetevi, sorridete. Grazie di tutto, allenatori, giocatori, il pubblico; è stato fantastico. Prendetevi cura di voi stessi e prendetevi cura della vostra vita. E vivetela," per poi concludere con un semplice: "Ciao."

Grazie di tutto Sven. Storia della Lazio e del Calcio. 


Fonte foto in copertina: Rai Sport

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