Contro il Monza il Lecce ha ricordato Lorena Isceri con una mano rossa sul volto delle ragazze entrate in campo. La Curva Nord ha ricordato anche Rebecca Pepe: 56 femminicidi in Italia nel 2026 secondo Non Una Di Meno.
Domenica contro il Monza il Lecce ha ricordato Lorena Isceri con un ingresso in campo speciale. La curva ha dedicato uno striscione a lei e a Rebecca Pepe. Due gesti diversi, dalla società alla tifoseria, per affrontare un tema che il calcio troppo spesso lascia fuori dallo stadio
Il calcio parla spesso di tutto. Di vittorie e sconfitte, di mercato, di arbitri, di allenatori, di rivalità. Parla di identità, appartenenza, territorio. Eppure ci sono temi che troppo spesso restano fuori dai suoi stadi, come se non riguardassero quel mondo fatto di società, calciatori, tifosi e comunità.
La violenza sulle donne è uno di questi.
A Lecce, domenica scorsa, è successo qualcosa di diverso.
Non un'iniziativa isolata, non soltanto una frase pronunciata prima di una partita. In occasione della gara contro il Monza, la società e la tifoseria hanno scelto, ciascuna con il proprio linguaggio, di prendere posizione contro la violenza di genere.
Il Lecce ha modificato il consueto cerimoniale d'ingresso in campo per ricordare Lorena Isceri, 45 anni, originaria di Squinzano e uccisa il 3 settembre dall'ex compagno Federico Vella, che non aveva accettato la fine della loro relazione. La società ha chiesto alla Lega Serie A una deroga al protocollo e ha fatto accompagnare i propri calciatori da alcune ragazze del territorio con una mano rossa dipinta sul volto, simbolo della lotta alla violenza sulle donne.
Un gesto pensato da Lecce Love, il ramo sociale del club, per stringersi alla famiglia di Lorena e alla comunità salentina.
Ma quella domenica, al Via del Mare, la memoria non è arrivata soltanto dalla società.
Anche la curva ha scelto di parlare.
Gli Ultras Lecce hanno esposto uno striscione dedicato a due donne della stessa comunità, morte tragicamente a pochi giorni di distanza: "Solo rabbia e dolore. Ciao Lorena, ciao Rebecca".
Lorena Isceri aveva 45 anni. Rebecca Pepe ne aveva 24 ed è morta il 9 settembre in ospedale, cinque giorni dopo essere stata investita da un pirata della strada sul Lungomare di Napoli, poi costituitosi.
Due storie differenti, due tragedie differenti, unite però da una stessa appartenenza. E due nomi che la tifoseria leccese ha deciso di non lasciare fuori dallo stadio.
È questo forse l'aspetto più significativo di ciò che è accaduto domenica.
La società ha utilizzato il proprio spazio istituzionale. La curva ha utilizzato il proprio. Entrambe hanno scelto di parlare della stessa cosa.
E lo hanno fatto in un momento in cui il calcio avrebbe potuto occuparsi soltanto della partita.
Non è una considerazione scontata. Il calcio italiano ha una straordinaria capacità di trasformarsi in megafono quando si tratta di calcio. Molto meno frequentemente riesce a utilizzare quella stessa forza per affrontare fenomeni sociali che riguardano milioni di persone anche fuori dagli stadi.
Il femminicidio, invece, continua a essere una realtà drammatica.
Secondo il monitoraggio indipendente dell'Osservatorio nazionale Non Una Di Meno, aggiornato a settembre 2026, in Italia sono stati registrati 56 femminicidi dall'inizio dell'anno, all'interno di 69 casi complessivamente monitorati, che comprendono anche suicidi indotti e casi ancora in fase di accertamento.
Cinquantasei donne.
Dietro ogni numero c'è un nome, una famiglia, una comunità. E qualche volta quel nome appartiene anche a una persona che viveva nello stesso territorio di una squadra di calcio, frequentava gli stessi luoghi, aveva gli stessi legami.
È quello che è successo a Lecce.
Per questo la scelta del club e della curva assume un significato che va oltre il singolo gesto simbolico. Il calcio non vive separato dalla società che lo circonda. E ha una responsabilità che deriva dalla sua enorme popolarità. E domenica, al Via del Mare, quella responsabilità è stata raccolta da due parti dello stesso mondo: una società e una tifoseria.
Due voci diverse. Due gesti diversi. Un messaggio comune.
Ricordare Lorena. Ricordare Rebecca. E dire, attraverso il calcio, che il femminicidio non è un problema che riguarda qualcun altro.
Riguarda tutti.



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