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Milan–Como si giocherà in Australia: il calcio è davvero di chi lo ama?

La Serie A vola a Perth: Milan–Como si giocherà in Australia. Una scelta per il business o un tradimento verso i tifosi? Il calcio è ancora di chi lo ama?

Alla fine, la folle proposta è diventata ufficiale: Milan–Como si giocherà in Australia, precisamente a Perth, probabilmente a febbraio 2026.

Una scelta «per rafforzare il prodotto Serie A», secondo Luigi De Siervo, Amministratore Delegato della Lega Serie A.
Una scelta che sembra una fake news, ma che invece è – tristemente – la realtà.

 Perché Milan–Como si gioca a Perth

Tutto nasce dall'impossibilità di giocare a San Siro, che sarà occupato per le Olimpiadi di Milano-Cortina.
E allora ecco l'idea: perché non giocare a 13 mila chilometri di distanza? Perché non disputare una partita dall'altra parte del mondo?

L'accordo, reso possibile anche dal via libera della UEFA, che ha contestualmente autorizzato anche la sfida tra Villarreal e Barcellona a Miami, frutterà alle casse del calcio italiano circa 12 milioni di euro.

Come ha spiegato De Siervo: «Il Tour de France è partito da Firenze, il Giro d'Italia parte stabilmente dall'estero. Questo lo si fa per rinforzare il prodotto, non per indebolirlo. Mi auguro che i tifosi, che hanno a cuore il futuro del calcio italiano, capiscano che questi piccoli sacrifici portano dei vantaggi sul medio-lungo periodo».

I "piccoli sacrifici" dei giocatori

Piccoli sacrifici anche per i calciatori, che – seppur privilegiati e ben pagati – dovranno affrontare oltre 40 ore di volo, il fuso orario e il passaggio climatico dal nostro inverno all'estate australiana.

Proprio su questo è intervenuto Adrien Rabiot, uno dei protagonisti della sfida: «È totalmente assurdo. Poi sono accordi economici affinché il campionato abbia una certa visibilità, cose che ci superano. Si parla molto dei calendari e della salute dei giocatori, ma tutto questo sembra davvero assurdo. È pazzesco fare così tanti chilometri per far giocare una partita fra due squadre italiane. Dobbiamo adattarci. Come sempre».

Come spesso accade in Italia, però, chi esprime un'opinione diversa da quella ufficiale, da quella della maggioranza, viene subito criticato. Ed è ancora De Siervo a rispondere duramente: «Rabiot si scorda, come tutti i calciatori che guadagnano milioni di euro, che sono pagati per svolgere un'attività, cioè giocare a calcio. Dovrebbe avere rispetto dei soldi che guadagna e assecondare maggiormente quello che è il suo datore di lavoro, cioè il Milan, che ha accettato e spinto perché questa partita si potesse giocare all'estero».


 Il calcio è ancora "di chi lo ama"?

Guai a pensare con la propria testa, guai a dire qualcosa contro l'opinione ufficiale.
Guai a criticare una Lega Calcio che si riempie di belle parole per poi smentirle alla prima occasione utile.
Anzi: alla prima offerta economica.

Perché lo slogan «Il calcio è di chi lo ama» sembra valido solo quando serve a svuotare portafogli e a trasformare i tifosi in clienti.
È valido come spot pubblicitario, come frase da postare sui social o stampare sui cartelloni.
La verità, purtroppo, è un'altra: il calcio è di chi lo paga. Anzi, di chi può comprarlo.

Un precedente pericoloso

E il problema, adesso, è che ci saranno altre partite come Milan–Como.
Come scrive Stefano Boldrini su Il Fatto Quotidiano«La pericolosità della cosiddetta "eccezione" è proprio nella tentazione di riprovarci. Di chiedere un'altra "eccezione" e poi un'altra ancora, se il giochino dovesse funzionare sul piano del money. Lo sport mondiale ormai è un'idrovora, il flusso non si ferma più, the show must go on, in nome del denaro a fiumi».


 Milan Como: Uno sport globalizzato ma senz'anima

In nome del denaro, si può tutto: anche snaturare il calcio.
Come scrive Alberto Caprotti su Avvenire«Perché il calcio vive di identità, di territori, di quel legame viscerale tra una città, la sua gente e la sua squadra. Un Milan–Como a Perth non fa crescere la Serie A: la snatura. Non conquista nuovi tifosi, ma rischia di allontanare quelli veri, quelli che il calcio lo respirano nei bar, nei quartieri, negli stadi. Forse non abbiamo bisogno di esportare partite, ma di ricostruire appartenenza, emozione e credibilità per evitare di ritrovarci con uno sport globalizzato ma senz'anima, un prodotto da vendere ovunque, ma senza più un posto che possa chiamarsi casa».

La trasferta australiana di Milan–Como è solo l'inizio di un nuovo modo di intendere il calcio: più globale, più redditizio, ma anche sempre più distante dalla sua anima popolare.
Il rischio? Un calcio senza casa, senza storia e, presto, senza cuore.

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