Dall'infanzia nei campi profughi ai grandi trionfi: l'intervista a Luka Modric che ricorda perché il calcio può ancora essere umano.
L'intervista è di ieri, ma merita di essere riproposta anche oggi. Per iniziare bene il 2026, per ricordarci che c'è speranza anche nel mondo del calcio, per parlare di questo sport come piace a noi: intrecciando la storia con un pallone.
L'intervista a Luka Modrić, uscita sul Corriere della Sera a firma di Aldo Cazzullo e Carlos Passerini, è una vera perla. Si parla di campo, dei miti Boban e Totti, degli allenatori Allegri, Ancelotti – «il numero uno» – e Mourinho – «il più duro, fece piangere Cristiano Ronaldo negli spogliatoi».
Si parla di Scudetto, di Mondiali, dell'inizio della carriera del fantasista croato, quando gli dissero che non sarebbe mai potuto diventare un giocatore professionista.
Si parla della sua infanzia, segnata dalla guerra.
«Mio padre partì volontario. Noi dovemmo lasciare tutto, da un giorno all'altro. Amici, affetti, cose. Ci rifugiammo prima a Makarska, nel campo profughi dell'orfanotrofio. Poi a Zara – racconta Modrić –. Ci diedero una stanza al piano terra: papà, quando c'era, mamma, mia sorella Jasmina e io dormivamo in un unico letto. Fuori, nel parcheggio dell'albergo, giocavamo a pallone da mattina a sera. Io correvo con la tuta del Milan, sognando di diventare un giorno calciatore. Anche le scarpette erano di una marca italiana».
Un'infanzia che, nel ricordo del centrocampista, è normale, anzi «normalizzata»:
«Non fosse per le granate, che erano frequenti – dice –. Eravamo tanti bambini, ma si giocava anche contro gli adulti: lì ho imparato che sul campo nessuno ti regala niente. Quegli anni mi hanno reso quello che sono».
Poi il racconto passa su una ferita ancora aperta: l'uccisione del nonno, da parte dei cetnici serbi.
«Era il dicembre del 1991, avevo sei anni. Una sera il nonno non tornò a casa. Andarono a cercarlo. Gli avevano sparato in un prato ai margini della strada. Aveva sessantasei anni. Non aveva fatto nulla di male a nessuno. Ricordo il funerale. Papà che mi porta davanti alla bara e mi dice: "Figlio mio, da' un bacio al nonno". Ancora oggi mi chiedo: come si fa a uccidere un uomo buono, un uomo giusto? Perché?».
Modrić, prima di raccontare, si ferma. Spiega che non ama parlare di queste cose, ma non ha paura di mostrare i suoi sentimenti. L'intervista lascia proprio questa impressione: quella di un calciatore diverso.
Cazzullo e Passerini lo descrivono come riservato, gentilissimo, senza un tatuaggio (anche se non sappiamo cosa voglia dire), parla della moglie – con cui è sposato da una vita – dei figli, che devono crescere senza pressioni, di Milano, dove non ha ancora visitato il Duomo e il Cenacolo di Leonardo.
Un campione fantastico, un uomo normale, semplice. A ricordarci che il calcio non è solo milioni, lusso, fama fine a se stessa. Il calcio è rivalsa, è lotta contro le ingiustizie, è rincorrere un sogno.
L'ultimo sogno di Modrić non ha a che fare con il calcio:
«La casa del nonno fu incendiata dopo l'assassinio. Il terreno attorno è stato sminato, anche se ci sono ancora i cartelli di pericolo. Oggi è di proprietà dello Stato. Tutta in rovina, piena di erbacce. Pensano di farci un museo. Ma non vorrei che fossero altri a decidere. La vorrei comprare. Per il nonno e anche per me. Quel rudere è un pezzo della mia vita».



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