Dall'intuizione di Martino Corazza a Chivasso è nata una rivoluzione: uno sport in cui persone con abilità diverse giocano fianco a fianco, oggi diffuso in decine di discipline e nazioni.
Immaginate un campo da rugby, una mischia che si prepara e una squadra fatta di atleti con percorsi di vita molto diversi. Alcuni hanno una disabilità, altri no, ma quando l'arbitro fischia non ci sono etichette: c'è solo il gioco. È questa l'essenza del Mixed Ability, un approccio che sta riscrivendo le regole dello sport di base e che oggi rappresenta una delle esperienze più innovative nel panorama mondiale.
L'idea prende forma grazie a Martino Corazza, torinese di Chivasso, che fin da giovane aveva intuito come lo sport potesse essere un ponte e non una barriera. Negli anni Duemila, con l'associazione Rugby Chivasso Onlus, comincia a portare in campo ragazzi con disabilità insieme ai coetanei normodotati. «Bastava un pallone e le differenze sparivano», ama ricordare Corazza. Da lì nasce la convinzione che quell'esperienza non fosse un'eccezione, ma un modello da estendere.
Il trasferimento in Inghilterra nel 2012 segna la svolta: a Bradford, città con una forte tradizione sportiva, il contesto era perfetto per far crescere l'idea. Le Paralimpiadi di Londra e l'attesa della Rugby World Cup avevano acceso il dibattito sull'inclusione, e il concetto di Mixed Ability trova terreno fertile. Non un "rugby per disabili", ma un rugby per tutti, con regole quasi identiche a quelle ufficiali, ma con piccole modifiche che garantiscono sicurezza e partecipazione.
Da quel momento il movimento si allarga a macchia d'olio. In Gran Bretagna nascono decine di squadre, in Italia l'esperienza si diffonde da nord a sud (tra Torino, Brescia, Roma, Padova, Alessandria), e oggi il network internazionale conta circa 250 club in 30 Paesi. L'evento simbolo è l'IMART, il Mondiale per club Mixed Ability, che ogni tre anni raduna centinaia di atleti e che nell'ultima edizione in Spagna ha visto scendere in campo 32 squadre maschili e femminili.
Il rugby, però, è solo l'inizio. Il modello è stato applicato a oltre 20 discipline, dal cricket al canottaggio, fino all'hockey su prato in Argentina. Non si tratta soltanto di sport praticato, ma anche di leadership e formazione: molte persone con disabilità hanno assunto ruoli dirigenziali, entrando nelle scuole e nei club per testimoniare direttamente il valore dell'inclusione.
I benefici sono evidenti. Dal punto di vista sociale, il Mixed Ability riduce isolamento e pregiudizi, rafforza i legami comunitari e restituisce a tutti il diritto al gioco. Dal punto di vista economico, offre ai club l'opportunità di allargare la base dei praticanti, di attrarre sponsor attenti all'impatto sociale e di sviluppare progetti sostenibili.
«Il nostro traguardo sarà raggiunto – sottolinea Corazza – quando non useremo più la parola inclusione, perché sarà diventata la normalità». Una frase che racchiude il cuore di una rivoluzione culturale: lo sport come spazio in cui ciascuno, con le proprie capacità, può contribuire al successo della squadra.
Oggi il Mixed Ability non è solo un modello sportivo, ma un vero e proprio movimento globale di uguaglianza. E tutto è cominciato da un'idea semplice, nata sui campi di rugby piemontesi.



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