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La morte di Marios Roubis e l'ombra della violenza ultras in Grecia

L'omicidio del ventitreenne tifoso dell'AEK Atene a Chalkida riaccende il dibattito sull'uso delle lame e sul crescente intreccio tra tifoserie e politica nel calcio greco. 

Nella notte del 3 novembre, a Chalkida, nella Grecia centroccidentale, Marios Roubis, ventitreenne tifoso dell'AEK Atene e membro del gruppo ultras Original 21, è stato accoltellato a morte durante uno scontro tra tifosi rivali. Le immagini diffuse dal sito Eviathema mostrano la scena drammatica: alcuni uomini scendono dai propri veicoli e, dietro furgoni parcheggiati, inizia una rissa brutale. In pochi secondi, Roubis viene colpito da almeno sette coltellate.

Secondo le ricostruzioni della polizia, otto persone — quattro per ciascuna fazione — si erano date appuntamento in quella zona, in quello che gli inquirenti hanno definito un "chiaro appuntamento mortale". Gli arrestati dovranno rispondere di omicidio e partecipazione a rissa armata. Tra loro figura anche un individuo coinvolto nell'uccisione dell'agente di polizia Giorgos Lygeridis, avvenuta nel dicembre 2023 durante scontri tra tifosi fuori dallo stadio di Rentis.

La notizia dell'omicidio di Roubis, nonostante la gravità, è passata quasi sotto silenzio sui media nazionali, ma ha scosso profondamente il mondo ultras greco. Durante la partita di Conference League tra l'AEK e lo Shamrock Rovers, gli ultras gialloneri e la squadra stessa hanno reso omaggio al giovane, invitando a una riflessione collettiva. I funerali, celebrati nella chiesa dei Santi Pietro e Paolo di Chalkida, si sono svolti in un clima di profonda commozione, con familiari e amici vestiti di bianco, come richiesto dalla famiglia.

La tragedia di Roubis riapre una ferita che la Grecia calcistica non riesce a rimarginare: la violenza tra tifoserie, alimentata da rivalità storiche, tensioni sociali e ideologiche, e dall'uso crescente delle armi bianche. Già nel 2022, la morte di Alkis, tifoso dell'Iraklis Salonicco assassinato da sostenitori del PAOK, aveva provocato indignazione nazionale. L'anno successivo, gli scontri tra gli ultras dell'AEK e i Bad Blue Boys della Dinamo Zagabria — supportati da una frangia del Gate 13 del Panathinaikos — portarono all'omicidio di Michalis, altro episodio che rivelò l'escalation di odio e vendette incrociate.

Dietro la violenza si nasconde anche un intreccio politico sempre più marcato. Le curve greche non sono solo spazi di tifo, ma anche di militanza. Gli Original 21 dell'AEK si collocano tradizionalmente su posizioni antifasciste e di sinistra, in contrasto con le frange di estrema destra legate all'Olympiakos e, in parte, al Panathinaikos. Questi schieramenti ideologici rendono ogni scontro più di una semplice rivalità calcistica: diventano battaglie identitarie, dove la passione sportiva cede il passo all'odio politico e sociale.

L'omicidio di Marios Roubis è dunque l'ennesimo capitolo di una storia di violenza che attraversa il calcio greco da decenni. Una cultura del confronto estremo che, tra coltelli, rancori e ideologie contrapposte, continua a reclamare vittime giovanissime, trasformando le curve in luoghi di guerra invece che di appartenenza.

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