UEFA e FIFA hanno sospeso la Russia dopo pochi giorni dall'invasione dell'Ucraina, ma non hanno adottato misure simili contro Israele. Tra genocidio a Gaza, vittime civili e pressioni internazionali, lo sport continua a rimanere neutrale?
«Escludere Israele dalle competizioni sportive? Credo che si farebbe un ulteriore passo indietro rispetto alla funzione dello sport che deve unire piuttosto che dividere. Quello della Russia è stato un fatto molto più cruento, più aggressivo, che ha inciso sulla sovranità di una nazione» Queste sono le parole del ministro Abodi, a margine del Meeting di Rimini che ci riportano alla mente quanto successo il 28 febbraio 2022 quando, dopo 4 giorni dall'invasione russa in Ucraina, la UEFA con un comunicato ufficiale sospendeva tutte le squadre russe dalle competizioni FIFA e UEFA.
Ora, personalmente non credo nell'esclusione. Sono piuttosto contrario. Il calcio dovrebbe cercare di unire, invece che essere giudice e carnefice, negando di partecipare a competizioni sportive che non hanno nulla a che fare con il conflitto. In qualche modo si rischia di compromettere il vero senso dello sport. Anche perché punire gli atleti per decisioni del governo o per conflitti esterni può essere considerato moralmente ingiusto. Ma, onestamente, ne capisco assolutamente la funzione politica. Escludere, infatti, manda un messaggio chiaro e diretto alla nazione interessata, condannando fermamente azioni militari e violazioni dei diritti umani. E, visto che la Russia, solo dopo quattro giorni, aveva già ricevuto la sospensione ufficiale per le varie competizioni, allora è giusto chiedersi: perché non Israele?
Vittime e carnefici
Non si può chiamarlo in altra maniera se non genocidio. Questo è quello che sta avvenendo a Gaza da quasi due anni e che le immagini strazianti provenienti dal Medio Oriente stanno cercando di raccontare. Non c'è modo migliore per far capire la drammatica situazione se non con dei dati ufficiali. Secondo Oxfam, a Gaza "i bombardamenti israeliani hanno causato oltre 62.000 morti (oltre 18.400 sono bambini) e oltre 156.000 feriti". Quella di Israele è tutt'altro che una linea difensiva. Per il The Lancet, in uno studio pubblicato lo scorso gennaio, i morti a Gaza sono maggiori rispetto a quelli dichiarati nelle stime ufficiali: il 40% in più. Un'inchiesta congiunta di The Guardian, +972 Magazine e Local Call invece ha rivelato che, secondo dati dell'intelligence militare israeliana, circa l'83% delle vittime palestinesi a Gaza sono civili. Su oltre 53.000 morti registrati fino a maggio 2025, solo circa 8.900 sono stati identificati come combattenti di Hamas o della Jihad Islamica Palestinese. Questa percentuale è tra le più alte mai documentate in conflitti recenti. Inoltre, l'Iniziativa per la classificazione integrata delle fasi della sicurezza alimentare (CIF), supportata dalle Nazioni Unite, ha dichiarato ufficialmente lo stato di carestia a Gaza e in altre aree della Striscia. Si stima, secondo El Paìs, che circa 514.000 persone siano colpite dalla carestia, con proiezioni che indicano un aumento a 641.000 entro settembre 2025. È indubbio che, il 7 ottobre 2023, Israele sia stato il paese aggredito e la Palestina quello aggressore. Ma la risposta in larga scala dell'unica democrazia del medio oriente è una carneficina ingiustificata. Alla luce deidati qui sopra mostrati, per quale motivo non dovremmo escludere Israele dalle competizioni sportive?
Flebili tentativi
La UEFA ci ha provato a redimere i suoi peccati. Soprattutto durante la finale di Supercoppa Europea a Udine, con un banner posizionato sul campo da gioco che recitava "Stop killing children - Stop killing civilians". Per Shaista Aziz di Amnesty International: «Denunciare un crimine senza indicarne il colpevole è un atto di codardia. A Gaza, la sofferenza raggiunge proporzioni difficili da immaginare. La Striscia registra oggi uno dei tassi più alti al mondo di bambini amputati: una generazione privata non solo della vita e degli arti, ma anche della possibilità di praticare lo sport che la UEFA dichiara di sostenere». La mossa della UEFA, infatti, non ha nulla di rivoluzionario. Non è una chiara presa di posizione verso ciò che sta facendo Israele, il quale non viene assolutamente nominato. D'altronde, chi non concorderebbe con quanto scritto nel messaggio? Un'ovvietà che generalizza e non sposta l'attenzione su chi sta compiendo quelle azioni orripilanti. L'8 agosto la UEFA ha pubblicato su X un post tributo a Suleiman al-Obeid, il Pelé palestinese ucciso lo scorso 6 agosto dal IDF mentre aspettava aiuti umanitari. Anche in questo post, però, non è presente alcuna condanna verso lo stato di Israele e si limita solo a commemorare il calciatore idolo dei palestinesi. A rispondere duramente al tweet è stato Mohamed Salah, calciatore del Liverpool, scrivendo con il suo profilo X: "Potete dirci come è morto, dove e perché?". Domanda più che lecita, alla quale la UEFA farà fatica a rispondere.
Se dalla UEFA passiamo alla FIFA, la situazione non cambia magicamente. Anzi, rimane nella stessa linea pseudo-democristiana. Nel maggio 2024, infatti, la Federcalcio palestinese ha presentato una proposta per sospendere Israele dalle competizioni internazionali. La risposta da parte dell'organo calcistico c'è stata e la FIFA ha avviato un'analisi legale indipendente per valutare le richieste palestinesi. Il 3 ottobre 2024, però, il Consiglio FIFA ha deciso di non sospendere Israele, ma ha incaricato il suo Comitato Disciplinare di indagare su presunti atti di discriminazione e sul coinvolgimento di club israeliani situati in territori occupati. La solita solfa. La FIFA, dunque, non ha imposto nessuna sanzione e nessuna restrizione, permettendo addirittura a quei club presenti in territori occupati di continuare a partecipare alle loro competizioni. E anche per questo che la Human Rights Watch e vari attivisti hanno criticato la FIFA per quella che definiscono "complicità passiva".
Quando tutto questo finirà
Secondo la Palestinian Football Association (PFA), sono stati uccisi oltre ottocento atleti a Gaza a seguito dell'offensiva israeliana, tra cui 421 calciatori, quasi la metà dei quali bambini. Atleti che sognavano di diventare grandi, di trovare nello sport una motivazione per vivere, e che invece sono stati brutalmente uccisi in questo orrendo conflitto. Chi parlerà di Mohammed Shaalan, ex giocatore di basket, morto mentre raccoglieva cibo vicino a Khan Younis? Chi parlerà di Nagham Abu Samra, campionessa di karate, uccisa da un bombardamento a poco più di vent'anni, che non ha potuto vestire il kimono della sua nazione alle Olimpiadi del 2024?
Quando tutto questo finirà, non rimarranno solo flebili voci a raccontare la storia di questo genocidio. Si leverà un coro fragoroso e potente a raccontare storie come quella di Nagham, strappata alla vita per la sola colpa di essere palestinese.



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