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Quando il calcio unisce anche fuori dallo stadio: la ricetta vincente del Racing Santander

Come il Racing Santander usa il calcio per creare comunità, solidarietà e legami oltre lo stadio. 

Dall'ultima partita del Racing Santander nella prima divisione spagnola, LaLiga, sono passati 14 anni. Eppure il record di abbonati è stato registrato quest'anno. Più degli anni in cui si giocava in Europa, più della stagione finita in semifinale di Coppa del Re. 18 mila tifosi, mai così tanti abbonati a El Sardinero, lo stadio del capoluogo della regione della Cantabria.

Sul come sia possibile tutto questo ha provato a rispondere Jorge Valdano, dalle colonne de El Pais: "Forse perché la gente sente il Racing come proprio, un simbolo di appartenenza che trascende le vittorie". E' la risposta finale di un bellissimo articolo sul calcio come emozione collettiva. Un'emozione che nasce dentro lo stadio, ma che non deve necessariamente finire lì. Anzi: deve aprirsi, andare per strada, entrare nelle case.

Ecco, sull'idea di entrare nelle case il Racing Santander ha sviluppato un progetto dove i suoi ex calciatori vanno a fare visita alle persone, spesso anziani, che vivono da soli. Entrano a casa e si mettono a parlare. Di calcio ovviamente, di Racing soprattutto, della squadra di ieri ma anche quella di oggi e di domani. Anche i ragazzi del settore giovanile partecipano scrivendo delle lettere ai tifosi soli. E si fanno sentire, si fanno presenti, oltre i risultati e la partita. Oltre lo stadio.

Le attività del Racing Santander e della sua fondazione sono tante e spaziano dalle marce contro la droga alla raccolta straordinaria di rifiuti, dal "Global Woman" dove partecipano le donne vittime di violenza all'"Healthy Racing" con l'Ospedale Universitario, per promuovere programmi di nutrizione e di stile di vita sano, fino alle scuole calcio inclusive per bambini con disabilità intellettive.

Dietro tutto questo c'è Sebastian Ceria, proprietario del club e presidente della fondazione, imprenditore, sì, ma anche matematico e umanista. "Una posizione – scrive Valdano – da cui può guardare più lontano: non dal breve termine che avvelena la gestione sportiva, ma da una prospettiva che estende l'influenza del club oltre lo stadio".

Perché così, infatti, il calcio esce dallo stadio e arriva dappertutto: nelle case dei tifosi e per le vie della città, creando legami, appartenenza, reti, connessioni. "Perché qualcuno ha capito che la passione chiamata calcio può scendere in piazza, prolungare la sua potenza popolare e trasformarsi in un atto di solidarietà".

Un calcio che può fare bene a tutti, che va contro l'idea di consumismo, di tifoso-cliente, di valore solo nel denaro. Un calcio che, in un mondo dove ci sentiamo (e siamo) sempre più soli, può aiutarci a recuperare il senso di comunità. 

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