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Il razzismo degli ultras israeliani e il caso del Maccabi Tel Aviv

Dalla crescita record dei cori anti-arabi al caso Maccabi Tel Aviv: la stagione più buia del calcio israeliano raccontata dal report di Kick It Out Israel, tra tensioni politiche e stadi che diventano specchi del Paese.

Il calcio israeliano sta attraversando una delle sue stagioni più cupe. Non per il gioco, non per i risultati in campo, ma per ciò che accade sugli spalti, dove il pallone sembra diventato soltanto un pretesto. Un pretesto per odiare, per insultare, per minacciare. La ricerca di Kick It Out Israel, sostenuta dal centro Givat Haviva e pubblicata a giugno, ha raccontato un fenomeno che ha ormai superato la soglia dell'allarme: 367 episodi di cori razzisti e comportamenti discriminatori nella stagione 2024-25, il dato più alto da quando esistono monitoraggi e un aumento del 67% rispetto all'anno precedente. Numeri che non lasciano spazio a interpretazioni. Il linguaggio delle curve si è fatto più ostile, esplicito, militante, mentre l'autorità sportiva appare sempre più inerme di fronte alla spirale di odio e identitarismo che sta inghiottendo gli stadi.

 Il caso Maccabi Tel Aviv

Al centro di tutto, quasi inevitabilmente, il Maccabi Tel Aviv. La squadra più titolata del Paese è anche quella con il maggior numero di episodi: 118 casi registrati tra i suoi sostenitori. Non un semplice dato statistico, ma la misura di una trasformazione culturale: la curva del Maccabi è diventata negli ultimi anni un luogo in cui si sedimentano nazionalismo aggressivo e retorica anti-araba, amplificati sui social e riportati allo stadio come grido identitario. Il coro «Let the IDF win, fuck the Arabs», esploso lo scorso anno prima della sfida contro l'Ajax, è più di un insulto: è una bandiera, uno slogan politico travestito da tifo. E non è un caso che, oltre alle tensioni interne, questa atmosfera abbia raggiunto anche il palcoscenico europeo. Come si legge su Domani, la polizia inglese ha vietato la trasferta dei tifosi del Maccabi a Birmingham per la gara di Europa League contro l'Aston Villa del 6 novembre, citando rischi di disordini e un clima internazionale già incandescente. Il club ha scelto poi di rinunciare comunque a qualsiasi biglietto, parlando di «clima tossico» e «dubbi sulla sicurezza» dei propri sostenitori. Un segnale chiaro: ciò che accade dentro lo stadio non è più confinato dentro lo stadio.

Tifosi del Maccabi Tel Aviv

 Il calcio come specchio del paese

Le altre tifoserie non sono esenti – Beitar Jerusalem e Maccabi Netanya compaiono anch'esse in alto nelle rilevazioni – ma il simbolo resta il Maccabi, per storia e peso sociale. Nel mentre, la federazione israeliana ribadisce impegni su educazione, campagne e sanzioni. Ma i ricercatori di Kick It Out Israel parlano senza giri di parole di «vuoto di applicazione effettiva»: procedimenti pochi, multe rare, punizioni spesso lievi. "La scorsa stagione - spiega Matan Segal, direttore di Kick It Out Israel - sarà ricordata non per il calcio in sé, ma per una serie di eventi preoccupanti che dovrebbero preoccupare ogni cittadino in Israele". E allora la domanda sorge naturale: cosa accade a uno sport quando le regole smettono di essere credibili? Quando lo stadio diventa una cassa di risonanza delle tensioni politiche, sociali e religiose del Paese?

Forse la risposta è sotto gli occhi di tutti. Le curve israeliane non stanno solo gridando: stanno raccontando. Raccontando paure, fratture, rancori, ferite aperte. Raccontano un Paese che si sta macchiando di genocidio. Un genocidio che non resta fuori dai cancelli degli stadi ma attraversa i tornelli, sale sulle gradinate, si fa coro, bandiera, rituale.

Il calcio dovrebbe essere un rifugio, un luogo dove per 90 minuti tutto diventa semplice. In Israele, oggi, è l'opposto: lo stadio è uno specchio. E, come spesso accade, è un riflesso poco rassicurante. Servono sanzioni, sì. Ma soprattutto serve coraggio culturale. Perché se il tifo diventa guerra simbolica, allora il football smette di essere gioco. E a quel punto, la partita più importante l'abbiamo già persa. 

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