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Risultatisti vs Giochisti

Una breve considerazione su un dibattito che in Italia piace tantissimo, ma ha davvero senso farlo? 

Dopo anni di dibattito, iniziato ufficialmente più o meno da quando Allegri uscì allo scoperto evidenziando, dopo anni di successi alla Juventus (e al Milan), quale fosse la sua filosofia ("il calcio è semplice, non lo rendete complicato, basta dare organizzazione difensiva, al resto ci pensano i giocatori forti, che altrimenti non varrebbero i soldi che valgono"), in un famoso litigio televisivo in diretta con l'ex giocatore di serie A, adesso commentatore sportivo, Daniele Adani, ci ha pensato Fabregas, allenatore del Como, a riportare in auge una contrapposizione vecchia quanto il calcio stesso: quella tra risultatisti e giochisti.

È ironico vedere come Fabregas abbia usato il termine risultatisti, dopo la sconfitta del suo Como proprio contro il Milan di Max Allegri, il paladino dei cosiddetti risultatisti, l'allenatore che gioca male e vince per eccellenza, o almeno questo è ciò che viene raccontato. Dopo le parole di Fabregas, come sempre succede in questi casi, si è alzato un polverone mediatico enorme, che ha coinvolto un po' tutti gli allenatori che hanno tenuto delle conferenze stampa prepartita nei giorni successivi. A dire le cose più interessanti sono stati Spalletti e Mourinho.

Il primo ha spiegato come il giochista non sia altro che un allenatore che, considerando le caratteristiche della sua squadra, creda che il modo migliore per portare a casa il risultato sia quello di giocare bene, cercando di avere dominio del gioco e della palla per esaltare così le qualità dei propri giocatori, sintetizzando che anche il giochista non vuole perdere e ha interesse massimo nel risultato.

Mourinho, in linea col suo personaggio e con la sua comunicazione, ha esordito dicendo che tra giocare bene e perdere e giocare male e vincere, avrebbe preferito la seconda opzione il giorno seguente nella partita di Champions contro la Juventus (era la conferenza stampa prepartita), aggiungendo (e forse sta qui il senso di questo dibattito) di non capire cosa vuol dire giocare bene e soprattutto di non capire come sia possibile giocare male e vincere, accusando chi parla di calcio (che non si è mai seduto su una panchina) di parlare senza sapere come sono le cose realmente, confinando quindi il dibattito al salotto televisivo o social, eliminandolo dal campo di gioco.

Prima di capire da che parte stare, è importante comprendere cosa vogliano dire questi due termini, spiegarli nella loro interezza, cercando di vedere se poi abbiano del contenuto reale o siano solamente dei termini vuoti, usati per dividere in due categorie gli allenatori e creare delle narrazioni di antagonismo tra filosofie che, alla fine, male non fanno mai.

Il giochista quindi è quell'allenatore che si accontenta di giocare bene, il risultato è secondario, l'importante è avere il dominio del gioco e della palla, cercare il dribbling per creare superiorità numerica, e se si perde va bene lo stesso.

Al risultatista, invece, non interessano queste cose: vuole solo vincere, la palla può tranquillamente lasciarla agli avversari, la difesa deve rimanere bassa e la squadra ripartire in fretta, se possibile in contropiede, limitando al minimo i passaggi e cercando di giocare solo in verticale e di fare gol con il minor numero di tocchi possibile. Allenatori che guardano solo al risultato, che se ne fregano del percorso tanto caro ai giochisti e hanno il solo obiettivo di vincere più partite possibili, non importa come.

Ecco, alla luce di questa descrizione, si capisce bene come il giochista non esista realmente. Sì, ci sono allenatori che preferiscono che la loro squadra abbia il controllo del pallone, che cerchi di giocare in modo più "bello" da vedere (per quanto questo sia soggettivo), ma nessun allenatore al mondo si sognerebbe mai di mettere il risultato in secondo piano, come accessorio di una partita giocata bene. Così come il risultatista sa perfettamente che senza provare a giocare un po', i risultati tanto voluti non arriverebbero mai e che, per far gol, qualche azione per creare le occasioni bisogna pur farla.

Come sempre quindi, la realtà è molto più sfumata delle categorie in cui si cerca di incanalarla. Per questo, più che parlare di risultatisti e giochisti, è più corretto parlare di identità. Gli allenatori cercano di dare un'identità precisa alla propria squadra nel tentativo di esaltare le caratteristiche e le capacità dei giocatori, per avere la maggiore probabilità di vincere.

Una stessa identica partita, considerata perfetta da Allegri, può essere considerata pessima da Fabregas, ma non perché uno faccia parte di una categoria e l'altro di un'altra, piuttosto perché l'identità del Como non è quella del Milan. Il Como ha giocatori forti nel palleggio, nel creare combinazioni veloci, ha bisogno di tenere il pallone tra i piedi, di dominare il gioco, perché in questo modo esalta al massimo le caratteristiche dei giocatori presenti in rosa. Il Milan invece ha giocatori veloci in attacco, come Pulisic e Leao, difensori che difendono bene sul blocco basso, come Gabbia e Pavlovic, e ottimi portatori di palla a centrocampo come Rabiot e Fofana; inoltre, sulle fasce ha giocatori come Saelemaekers e Bartesaghi, abilissimi nelle due fasi, e quindi sarà più propenso a lasciare la palla agli avversari e a portare il pallone nella metà campo avversaria in velocità, giocando in verticale e ribaltando velocemente l'azione.

Questione di caratteristiche quindi, di adattarsi alla squadra e di modellarla, se possibile, alla propria visione, costruendola di conseguenza (comprando giocatori perfetti per quella visione, come Rabiot per Allegri); inoltre è difficile capire cosa voglia dire giocare bene, forse si può parlare di gioco divertente, che fa divertire i tifosi, per quanto sia soggettivo, ma appunto solo di questo.

Per continuare sullo stesso esempio, una partita come Milan-Como non è stata giocata bene dal Milan non perché ha fatto meno passaggi del Como, ma perché ha concesso troppo; viceversa, è stata giocata bene dal Como non solo perché ha avuto il controllo del pallone, ma perché ha concluso molte volte verso la porta e ha preso sì 3 gol, ma tutti venuti fuori da giocate singole degli avversari, in particolare da Rabiot e Leao.

La stessa cosa è successa nella partita di domenica sera tra Roma e Milan (l'esempio del Milan è ripetuto in quanto Allegri è considerato l'allenatore simbolo dei risultatisti). Nel pareggio che è uscito fuori all'Olimpico, la Roma di Gasperini ha disputato una grande partita non solo perché ha dominato nettamente il gioco, soprattutto nel primo tempo, ma perché da questo dominio sono arrivate diverse occasioni da gol nitide, mancate alcune per errori al tiro di Konè e Malen e altre per le super parate di Maignan.

Il Milan ha invece giocato male non solo perché ha concesso troppo, ma anche perché non è mai riuscita ad essere pericolosa, neanche nei modi non spettacolari, ma efficaci, che la caratterizzano, pur trovando il gol del vantaggio da corner con De Winter. La disattenzione generale di tutta la partita della squadra di Allegri è poi stata punita dalla Roma, che ha avuto il merito di non demoralizzarsi dopo essersi trovata immeritatamente in svantaggio, con il rigore netto per le mani di Bartesaghi, trasformato da Pellegrini.

Allegri non può ritenersi soddisfatto non tanto per il punto preso (che, per come è stata la partita, è guadagnato miracolosamente), ma perché la sua squadra ha concesso davvero troppo, pur prendendo gol solamente su rigore, senza rendersi mai pericolosa. Gasperini invece può essere soddisfatto sì per non aver perso dopo aver dominato, ma anche perché quel dominio non è stato fine a sé stesso, ma ha prodotto numerose palle gol nitide, non sfruttate poi dai suoi giocatori, e ha concesso zero palle gol agli avversari.

La distinzione da fare quindi non è quella tra squadre che giocano bene e squadre che giocano male, ma tra squadre che rispettano la propria identità (nella partita di domenica, la Roma) e squadre che non la rispettano (nel caso di domenica, il Milan).

Niente risultatisti e niente giochisti quindi, solo modi diversi di arrivare allo stesso risultato, tenendo fede alla propria visione di calcio e alle caratteristiche dei propri giocatori, sempre considerando che vincere giocando male è impossibile

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