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Sotto la superficie: la violenza sulle donne nello sport italiano

Dai dati della ricerca Change the Game del 2023 emerge un quadro allarmante: body shaming, abusi psicologici e molestie restano fenomeni diffusi, spesso normalizzati. Le atlete pagano un prezzo più alto, fino all'abbandono definitivo dello sport. 

La violenza sulle donne nello sport non è un fenomeno marginale né episodico. È strutturale, radicata nella cultura sportiva e troppo spesso invisibile. Lo conferma in modo inequivocabile l'indagine Change the Game, una delle prime ricerche italiane ad analizzare in profondità la violenza interpersonale nello sport giovanile.

Nel contesto sportivo, le donne subiscono violenze che assumono forme diverse: dal body shaming alle pressioni psicologiche, dalle molestie da parte di allenatori fino a dinamiche di esclusione nei gruppi squadra. E le conseguenze, a differenza degli uomini, sono più gravi e durature.

 Una violenza che prende forme diverse

La ricerca, svolta tra febbraio e marzo 2023 su 1.500 intervistati, mostra che le atlete subiscono tutti i tipi di violenza interpersonale. Pur riportando percentuali leggermente inferiori rispetto agli uomini in alcune categorie, come la violenza fisica e sessuale, l'impatto qualitativo e psicologico sulle donne risulta maggiore e più profondo.
Le atlete affrontano frequentemente pressioni legate all'aspetto fisico: commenti sul corpo, richieste di adeguarsi a modelli estetici irraggiungibili, umiliazioni pubbliche. Una testimonianza raccolta nel report è esemplare: "Si supponeva che tu avessi un certo tipo di corpo… 'guarda le belle gambe che hanno gli altri'".

Il body shaming non è un fenomeno marginale: il report evidenzia che molte atlete subiscano monitoraggi del peso, restrizioni alimentari e critiche costanti sulla fisicità, con effetti diretti sull'autostima e sul benessere psicologico .

 Il ruolo degli allenatori: fiducia tradita

Uno degli aspetti più delicati riguarda il ruolo dei perpetratori. Per le donne, gli allenatori e le allenatrici risultano autori del 35% degli episodi di violenza, una percentuale significativamente più alta rispetto agli uomini, per cui il dato scende al 27% .

Questo dato conferma la vulnerabilità delle atlete nelle dinamiche di potere: contesti fortemente gerarchici, ambienti chiusi, allenamenti condotti senza supervisione esterna favoriscono abusi normalizzati o non denunciati. Non mancano testimonianze di contatti fisici non richiesti da parte di istruttori, giustificati come "correzioni tecniche".

"Sì lui ti insegnava però con la scusa ti stava appiccicato e alla fine dopo due tre lezioni mi ha chiesto il numero e poi ci ha provato, allora ho preso e ho smesso" racconta un'intervistata. "Gli istruttori venivano alle competizioni e con la scusa di controllare la tua posizione ti toccavano" riferisce un'altra. 

 Le conseguenze: le donne pagano il prezzo più alto

La violenza, per molte atlete, si traduce in un allontanamento definitivo dallo sport:

  • il 32,6% cambia disciplina,
  • il 37,4% abbandona del tutto l'attività sportiva, contro il 27% degli uomini .

Il ritiro precoce è il sintomo di un ambiente incapace di proteggere le sue partecipanti più vulnerabili e di garantire un'esperienza sportiva sicura e inclusiva.

Un fenomeno culturale, non solo sportivo

La normalizzazione della violenza — verbale, estetica, psicologica — è un elemento ricorrente. Il 47% delle vittime non chiede aiuto perché ritiene ciò che ha subito "accettabile o tollerabile"; un dato che riflette la cultura dominante nello sport e una scarsa educazione emotiva dei contesti sportivi giovanili .

Lo sport italiano, al netto della retorica dei valori, continua a essere un luogo in cui molte atlete sperimentano violenza, discriminazioni e abusi di potere. La ricerca Change the Game indica chiaramente che servono formazione obbligatoria per allenatori, controlli esterni e un cambio culturale che sposti l'attenzione dalla performance alla tutela della persona.

Solo così lo sport potrà tornare a essere un luogo di crescita, e non di ferite invisibili. 

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