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Sudan, l'impresa che va oltre il calcio: la qualificazione gli ottavi in Coppa d'Africa vale una tregua

Il Sudan agli ottavi di Coppa d'Africa contro ogni pronostico: un risultato sportivo che diventa respiro collettivo per un paese devastato dalla guerra civile. 

Si è conclusa la fase a gironi della Coppa d'Africa con la definizione delle 16 squadre qualificate agli ottavi di finale. L'Algeria di Petkovic ha chiuso a punteggio pieno, la Nigeria ha dominato il gruppo C, la Costa d'Avorio ha preceduto il Camerun. Tra le migliori terze avanzano Mozambico e Sudan. Ed è proprio il Sudan a firmare l'impresa più sorprendente del torneo: qualificato nonostante due sconfitte senza segnare, grazie all'unica vittoria per 1-0 sulla Guinea Equatoriale, arrivata con un'autorete di Saul Coco. Oggi, alle 17.00, giocherà uno storico ottavo di finale contro il Senegal. 

Un risultato che, per come è maturato, ha già il sapore della favola. Ma che diventa qualcosa di molto più profondo se inserito nel contesto di un paese dilaniato da oltre due anni di guerra civile.

Il Sudan torna sulla scena continentale dopo un'assenza prolungata. Terzo paese africano per estensione, partecipa alla sua decima Coppa d'Africa, solo la quarta negli ultimi 50 anni. Una nazione che ha una storia calcistica antica — prima a ospitare il torneo nel 1957, campione nel 1970 — ma che da decenni vive ai margini del grande calcio africano. Le ragioni sono sportive, certo. Ma soprattutto politiche e umanitarie.

Il calcio sudanese, come il paese, è cresciuto dentro l'instabilità. Dopo la caduta del dittatore Omar al-Bashir nel 2019, la transizione democratica è fallita. Nell'aprile 2023 il conflitto è esploso definitivamente. "L'attuale conflitto è stato innescato nell'aprile 2023 da una spaccatura all'interno delle forze armate: contrappone le Forze Armate Sudanesi (SAF) del generale al-Burhan alle Forze di Supporto Rapido (RSF) del generale Hemedti, che si è rifiutato di essere integrato come semplice elemento delle SAF", spiega Patrick Ferras, geopolitico e presidente di African Strategies a So Foot.

Una guerra alimentata anche da interessi internazionali. "Ciascuna delle due parti è impegnata nella propria forma di cooperazione internazionale: l'FSR è sostenuto dagli Emirati Arabi Uniti, con armi che arrivano attraverso il Ciad. Il FAS, da parte sua, sembra essere supportato da un'alleanza tra Russia, Iran, Arabia Saudita ed Egitto, nonché dai droni turchi", aggiunge Ferras.

Il risultato è una catastrofe umanitaria senza precedenti. Secondo le Nazioni Unite, il Sudan vive "la più grande crisi umanitaria del mondo". Oltre 150.000 morti, più di 12 milioni di sfollati, 25 milioni di persone in condizioni di fame. Città svuotate, ospedali distrutti, Khartoum trasformata in una città fantasma. In questo scenario, il calcio non è evasione: è rifugio emotivo.

Lo racconta Guessouma Fofana, centrocampista dell'Al-Hilal e nazionale mauritano, che conosce il Sudan senza averci mai potuto vivere: "La gente trova rifugio nel calcio ed è felice quando la propria squadra vince, anche in tempo di guerra. Anche da lontano si può percepire tutta la pressione e il supporto dei tifosi, soprattutto sui social media". E aggiunge: "Quel giorno, ho sentito tutto l'entusiasmo del popolo sudanese, riflesso del massiccio sostegno alla nazionale".

Il ct Kwesi Appiah ha costruito una squadra compatta, con undici giocatori dell'Al-Hilal convocati. "È un enorme punto di forza per loro competere in tutte queste competizioni con lo stesso gruppo di base", racconta Fofana. "Si conoscono a menadito e hanno quel pizzico di grinta in più dovuto alla guerra che li colpisce".

La storia del Sudan in Coppa d'Africa viene raccontata anche da Angelo Carotenuto nella sua newsletter Lo Slalom, in cui spiega come la nazionale di calcio non giochi in casa dal 2023. Il campionato è sospeso. I club storici, Al-Hilal e Al Merrikh, sono stati "esiliati" prima in Mauritania e poi in Rwanda. La nazionale si allena tra Arabia Saudita e Libia. Eppure resiste. E quando scende in campo, succede qualcosa di raro. "Quello che sappiamo è che quando giochiamo, le armi vengono abbassate, forse anche per una settimana", ha detto Appiah.

Non è retorica. È la forza simbolica di una qualificazione che ha superato il rumore delle armi. Nessuno chiede al Sudan di vincere la Coppa d'Africa. Ma regalare qualche giorno di gioia, anche solo per la durata di un torneo, è già una vittoria enorme. In mezzo al buio, il calcio diventa luce. Anche fragile. Anche breve. Ma necessaria. E oggi, alle ore 17.00 italiane, un paese si ferma per sognare. Anche se solo per 90 minuti. 

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