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Trump - Infantino: la prepotenza non ripaga mai

Dal caso Balogun alle pressioni di Donald Trump sulla FIFA, fino al ruolo dei media e alla protesta del Belgio: un'analisi su uno degli episodi più controversi del Mondiale. 

Non c'erano dubbi che questo mondiale nascesse già ammaccato, ma, giorno dopo giorno, queste ammaccature si stanno trasformando in vere e proprie fosse, sempre più difficili da rattoppare.

Già nel 2018 fu profetico Maradona quando espresse tutte le sue perplessità sull'assegnazione dei mondiali del 2026 a Stati Uniti, Canada e Messico. Mettendo in secondo piano le motivazioni che addusse per Canada e Messico, legate principalmente a una cultura e forza calcistica piuttosto deboli, sono soprattutto quelle per gli Stati Uniti che, osservate a otto anni di distanza, fanno riflettere. Già all'epoca gli Stati Uniti avevano intenzione di frazionare la partita in quattro tempi da venticinque minuti ciascuno per lasciare spazio alla pubblicità. In soldoni, trasformare una partita di calcio in un potente vettore pubblicitario. Detto fatto... Hydration break (chiamarlo "spazio pubblicitario" sarebbe stato troppo brutto, in effetti) di tre minuti sia nel primo sia nel secondo tempo. In fin dei conti, cosa mai ci saremmo potuti aspettare dalla madrepatria del capitalismo?

Le questioni di politica estera sono poi state l'altro grande fardello che ha gravato sulla serenità e sulla trasparenza della competizione sportiva. Gli strascichi della guerra tra Iran e Stati Uniti, tuttora in corso, sono arrivati fin dentro il campo da calcio. L'Iran, non potendo pernottare negli Stati Uniti, ha dovuto soggiornare in Messico e spostarsi ogni volta negli USA per disputare le proprie partite. Per di più, molti dei membri dello staff iraniano non hanno ottenuto il visto per seguire la propria squadra.

Arriviamo poi a parlare dell'ultimo episodio, all'apparenza piuttosto superficiale, ma che in potenza nasconde scenari a dir poco preoccupanti. Mi riferisco alla revoca dell'espulsione rimediata dal calciatore statunitense, Folarin Balogun, durante la sfida contro la Bosnia ai sedicesimi di finale. La sanzione è stata annullata in seguito all'intervento del presidente degli Stati Uniti, Donald J. Trump, che, ritenendola ingiusta, ha esercitato delle pressioni (chiamandolo direttamente, come ammesso da Trump stesso) sul presidente della FIFA, Gianni Infantino.

Invito tutti i lettori ad andarsi ad ascoltare le parole di Trump e ad osservare, contemporaneamente, le espressioni di tutte le persone, Trump compreso, durante la conferenza tenuta presso lo studio ovale. Un teatrino, un teatrino a dir poco grottesco e che, al tempo stesso, fa rabbrividire. Di fatto, il presidente americano ha confessato di aver fatto pressioni sulla FIFA e di aver agito soltanto perché la decisione, da lui definita "un'ingiustizia", aveva colpito uno dei migliori giocatori della squadra e che, quindi, non l'avrebbe fatto se fosse stato espulso un giocatore meno importante. Ha cercato di correggere il tiro delle sue parole, ma il suo messaggio è passato forte e chiaro. Ha provato poi a far intendere di aver espresso soltanto il proprio parere al presidente della FIFA, Gianni Infantino, dicendo di non avere il potere di cambiare certe decisioni e che, quindi, il responso finale sarebbe spettato a una commissione apposita. Certamente... e noi ci crediamo, caro presidente Trump?

Non è passato poi inosservato l'attacco all'arbitro della sfida Bosnia – USA, il signor Raphael Claus, definito da Trump come "orribile" e "sospetto". Queste sue dichiarazioni prendono le mosse dal caso che ha visto nell'occhio del ciclone proprio Claus nel 2024. Il direttore di gara era stato accusato dal presidente del Botafogo, John Textor, per aver truccato alcune partite e per aver estratto dei cartellini sospetti. Le accuse, tuttavia, si erano rivelate infondate e la Federcalcio brasiliana non aveva iniziato un procedimento disciplinare nei confronti di Raphael Claus. Per il momento, quindi, fino a prova contraria, Claus è innocente. Trump, però, per sostenere la giustezza del suo intervento in favore della Nazionale statunitense, non ha esitato un attimo a metterlo nuovamente in cattiva luce, utilizzando solo aggettivi di disprezzo nei suoi confronti.

Un altro aspetto che mette in evidenza una delle tante contraddizioni del pensiero trumpiano emerge proprio dal "caso Balogun". I genitori di Folarin Balogun sono entrambi nigeriani con cittadinanza britannica, ma il caso ha voluto che loro figlio sia nato a Brooklin nel 2001, acquisendo di diritto la cittadinanza americana grazie al quattordicesimo emendamento (in vigore dal 1868), che Trump sta cercando di far abolire proprio in questo periodo. Stando alla posizione di Trump, dichiaratamente contraria allo Ius soli, Balogun non avrebbe neppure dovuto giocare per gli Stati Uniti, eppure il presidente americano ha smosso mari e monti per fargli togliere l'espulsione. E qui la domanda sorge spontanea: qual è il limite tra coerenza di idee e bieco utilitarismo?

L'ingerenza del presidente americano all'interno del mondiale di calcio e la connivenza della FIFA fanno calare un velo oscuro sui valori positivi che una manifestazione sportiva dovrebbe veicolare. La gravità di questo episodio si rileva però anche da un altro elemento, altrettanto preoccupante: la paura. Sì, la paura della stampa ad andare contro il volere del più forte, a esprimersi contro il pensiero del potente di turno, a prendere una netta posizione contro un comportamento estremamente scorretto, per paura, appunto, delle possibili ripercussioni. Per esempio, mi hanno lasciato un po' stupito le parole utilizzate da Zlatan Ibrahimovic per commentare l'accaduto. Lo svedese, nei panni di commentatore per Fox News, si è limitato ad affermare che il fallo non fosse da espulsione (opinione lecita, che ci può tranquillamente stare) e che non ha ben compreso il motivo per cui la revoca di tale decisione sia stata presa così tardi. Dall'Ibrahimovic calciatore, quindi da uno che ha vissuto le dinamiche di campo, da uno che non le hai mai mandate a dire, mi sarei aspettato una presa di posizione netta. Quindi mi viene da chiedermi: non ha veramente capito la gravità di quanto è avvenuto oppure ha fatto finta di non capire rimanendo sul vago? Non ha voluto dire tutto quello che pensava per paura delle ripercussioni oppure non poteva dire tutto?

Altro episodio a mio avviso spiacevole, sempre sul "caso Balogun", si è verificato durante la trasmissione "Notti mondiali" in onda sulla Rai. Quando Marco Tardelli ha mostrato il suo disappunto perla decisione della FIFA, dicendo che "in questo mondiale si può fare di tutto perché basta ricevere degli ordini", la conduttrice Paola Ferrari ha subito voluto tirarsene fuori, chiedendo a Tardelli di assumersi la responsabilità per quanto detto e dicendo di non sapere chi potesse aver dato degli ordini a Infantino. L'ex calciatore si è assunto la responsabilità per le sue parole, ma comunque ha specificato di non aver fatto alcun nome. Subito dopo, Paola Ferrari ha proiettato il post di ringraziamento nei confronti della FIFA pubblicato da Donald Trump, chiedendo a Tardelli di non ridere sotto ai baffi. Quindi, credo sorgano spontanee le domande: davvero Paola Ferrari non aveva compreso a chi si riferisse Tardelli? Davvero non sapeva chi potesse aver dato un ordine a Infantino? Perché c'è così tanta paura a prendere una posizione di condanna netta in alcune situazioni oggettive?

Dal modo in cui la stampa e i media, statunitensi e italiani nei due casi che ho portato come esempio, hanno commentato la vicenda, credo esca un po' ammaccato anche il concetto di libertà di pensiero. Dove inizia e dove finisce la libertà di pensiero dei principali organi di comunicazione? È una domanda che tutti noi dovremmo farci, per riuscire a leggere con spirito critico tutto ciò che avviene intorno a noi.

Vorrei, infine, soffermarmi su altri due aspetti.

Il primo riguarda Folarin Balogun, che probabilmente ha vissuto – non per colpa sua – delle ore stressanti e non facili da gestire da un punto di vista emotivo. Lo testimoniano le parole di scusa nei confronti di Rudi Garcia, allenatore del Belgio, al termine della partita, quasi come se si sentisse in colpa per la situazione che si era venuta a creare intorno a lui.

Il secondo aspetto è quello dell'esultanza dei giocatori del Belgio. Prima il "you, you" di Romelu Lukaku, dopo il gol del definitivo 4-1, con lo sguardo fisso e l'indice puntato verso la tribuna (che indicasse Infantino? Trump? O qualcun altro?), poi la riproduzione dell'iconica Trump dance, riproposta anche negli spogliatoi sulle iconiche note di YMCA, e infine lo sfottò social da parte della Nazionale belga sempre all'indirizzo di Trump. Un modo goliardico ma decisamente puntuale e geniale per protestare contro un'ingerenza totalmente inopportuna ed estremamente scorretta da parte del capo di Stato americano nel mondiale di calcio.

Credo si debba riflettere su questa vicenda, perché va oltre il calcio, va oltre lo sport. Condannare, apertamente e senza paura, le prepotenze dei cosiddetti 'potenti' non è un diritto, ma un dovere civico e morale.

Marco Fontanelli

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