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Un solo campo, mille storie: a Milano si gioca per il giornale Mabul e per un carcere più giusto

Giornalisti, detenuti, volontari, ricercatori e bambini: tutti insieme, per una partita che racconta un altro calcio. E un'altra idea di giustizia. 

E' una partita diversa quella che è andata in scena in questi primi di luglio a Milano, precisamente in via Sant'Abbondio. Una partita che vedeva, in campo, persone detenute – uscite in permesso – insieme a ex direttori di carcere, giornalisti, operatori sanitari, amministratori locali, ricercatori, bambini, familiari e volontari. Tutti insieme per presentare "Mabul", un nuovo periodico (che si può leggere qui) ideato, scritto e prodotto da un gruppo di detenuti del carcere di Opera. Tutti insieme per ricordare che un carcere aperto alla società è una società più giusta e sicura.

Un messaggio che il giornalista Gad Lerner e l'ex direttore di istituti penitenziari Luigi Pagano, in veste di allenatori per un giorno, hanno ripetuto con forza e convinzione. Mabul – che in ebraico richiama il caos primordiale del diluvio universale – nasce proprio come risposta al disordine del silenzio e dell'esclusione. Perché se il carcere deve educare, deve anche poter esprimere e raccontare. "Chi mi conosce sa che da napoletano sono sempre pessimista rispetto a molte cose ha detto Pagano come si legge sul Corriere della Sera ma iniziative di inclusione come questa, nel loro piccolo, sono grandi perché smentiscono puntualmente chi dice che non si può fare niente per migliorare ciò che non va". 

Una partita per un giornale, innanzitutto, in un periodo in cui, in Italia, i giornali scritti dentro le carceri sono sempre più sotto attacco. Censure preventive, chiusure forzate, intimidazioni sottili. "La Fenice" di Ivrea è stata costretta a chiudere, "Le Altre Storie" di Lodi subisce controlli sugli articoli dedicati ai migranti. A Rebibbia, i pezzi escono senza firme. Un panorama cupo, aggravato da un clima politico che criminalizza più di quanto rieduchi.

Per questo, la partita di sabato 5 luglio è stata più di una partita. E' stata una dichiarazione di intenti. Non solo un simbolo, ma un gesto concreto di partecipazione. Mabul è il frutto del lavoro di una redazione mista di venti persone, tra detenuti e volontari, coordinati da Claudio Lamponi. Con il sostegno della NABA, dei B.Livers del Bullone, della parrocchia Sacra Famiglia, dei volontari di Incontro e Presenza, e del Comune di Milano, rappresentato dall'assessore Lamberto Bertolè. In campo, anche i pazienti SerD della neonata squadra Football Chance, venuti in soccorso dei giornalisti. E poi i ragazzi de "L'Oblò", storica redazione del reparto La Nave di San Vittore. Una comunità che si allarga, si unisce, si racconta.

Il risultato? 5-5, pareggio perfetto. Poi una serie di rigori, anche dei figli dei giocatori. Alla fine nessuno ha tenuto il conto.

Perché quando si gioca così, vincono tutti.

E non è retorica, è responsabilità. È la dimostrazione che un'altra giustizia è possibile. Che anche dietro le sbarre si può fare cultura, sport, inclusione. Che il calcio, quello vero, quello popolare, sa ancora unire. Anche partendo dal fondo. Anche in mezzo al caos.

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